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Nell’antico camerino di un teatro ligneo, proprio di fronte a uno specchio di lampadine, c’è un vecchio armadio abitato da due regali presenze. Dico che è un armadio, ma in realtà non lo è esattamente, perché è senza ante. Certo: lo sembra. Ma voi capite bene che l’assenza delle ante per un armadio è un po’ come l’assenza della porta in una casa, o come in questo caso, del portale in una reggia. Questa apertura, questo vuoto, è un invito per il nostro sguardo, se non addirittura una preghiera per la nostra cura. Le nostre mani stanno ferme: sono i nostri occhi che vanno a cercare. Non è semplice, perché il camerino è quasi del tutto buio: la luce delle lampadine dello specchio non basta, perché più della metà è fulminata. Tuttavia non pensate che questo teatro abbia un cattivo custode. È che queste lampadine sono avvitate nelle loro spirali da secoli e secoli. E anche il custode di questo teatro è nato secoli e secoli fa. E anzi, a vederlo adesso, aldilà di questo pulviscolo atmosferico, sembra che non abbia mai conosciuto una nascita, e che mai conoscerà una morte. È un custode devoto, così devoto che il silenzio che regna in queste stanze prima e dopo ogni spettacolo è diventato anche il suo silenzio. Senza dire una parola mi ha scortato per un lungo corridoio di episodi e di stasimi, e senza dire una parola mi ha fatto entrare in questo camerino. Nella poca luce gialla il suo silenzio diventa ancora più eloquente, come lo sguardo di un cieco. Il viso del custode si perde tra le locandine stese su queste pareti, tra le locandine fissate con chiodi d’oro da un mitico martello, tra le locandine conficcate come crepe dentro queste mura umide. Cerco il suo volto tra i disegni delle maschere, e non lo trovo più. Allora leggo tra i disegni, leggo una parola sola, di sette lettere, scritta più volte in molteplici caratteri: Orestea. Cerco di contare quante volte questa parola torni su queste mura, e per contare giro su me stessa. La mia conta è infinita: queste pareti sono un’eco. Il mio girare mi porta davanti allo specchio. Guardo davanti a me, guardo la mia sagoma riflessa, ma ecco che vedo il riflesso di altre due sagome, che stanno dietro me. Mi volto. Mi avvicino. Sembra un armadio, ma non lo è: è una casa senza serrature, una reggia senza uscieri. Appese a due grucce, spioventi, pesanti, impiccate ai loro ruoli, ci sono le due regine di questa storia. Ecco Clitennestra, cinta di porpora. Ecco Cassandra, di rosso vestita. Entrambe regine, entrambe di nobile stirpe. Insieme condividono un armadio così come a ogni replica condividono un uomo: il regale Agamennone. Insieme condividono un comune destino di morte, ma sarà Agamennone a lasciarle per primo. È Clitennestra che lo ucciderà. E poi ucciderà Cassandra. E alla fine sarà uccisa, dal suo stesso sangue filiale, per vendicare il primo delitto. Per compiere questi atti, a ogni replica, i loro costumi si animano per la magia di un soffio tragico. E ogni volta che questi atti sono stati compiuti il loro sangue bagna i loro volti nascendo dai loro occhi. Vorrei guardare queste regine negli occhi. Ma poi penso che non potrei mai reggere lo sguardo di una regina, e specialmente di queste. Perché queste regine non hanno occhi, e non hanno volti: i loro occhi, i loro volti, dentro questo armadio, sono fatti di aria, di polvere. E questo armadio, che è una casa, che è una reggia, alla luce povera di queste povere lampadine, diventa una nicchia, e una bara, e un altare. Forse ho già visto questo armadio: era nascosto nella parte migliore di un tempio marmoreo, al posto della statua dell’idolo. Certo: evidentemente era tanto tempo fa. Ma questo armadio non conosce gli effetti del tempo: non ci sono tarli a rodere il suo legno, e il sangue versato non ha rovinato le sue assi. Penso al sangue che scorre. Penso al sangue secco. Penso che il sangue, alla fine, non abbia che un colore. Non è certo un caso se questo colore torna nei colori di questi abiti, se torna nelle lacrime di queste Madonne in maschera. Mi avvicino piano ancora un po’. Guardo. Pare strano, eppure non c’è una sola macchia che sporchi queste vesti. È la mia vista, evidentemente, a non vedere le macchie di sangue lavate via con altro sangue. È la mia vista che non vede i gioielli con cui da vive queste regine sono state certamente viste passare sopra un carro o un tappeto di papaveri. È la mia vista che non vede le bende, e le fiaccole, e i coltelli, e le asce. È sempre la mia vista che non sente i loro deliri, i loro rosari, le loro preghiere. Forse sono tutte cose restate appese altrove, e udibili altrove, in altri armadi. In questo ci sono solo due abiti vuoti, piatti, stesi sul fondo come due cadaveri su un catafalco a due piazze. Anche le loro anime, forse, sono altrove, chiuse a chiave in altri cassetti. O forse, solo a pochi passi da me, le loro voci sussurrano voti alle orecchie del custode, a colui che porta in eterno fiori freschi a questi letti. Mi volto. Lo specchio. Me stessa. Non sono Clitennestra. Non sono Cassandra. Ma è probabile che appena fuori da questo camerino i loro fiati bisbiglino consigli alle mie spalle, senza posa. È probabile che mi consiglino di tornare, e che io consigli a me stessa di accettare. C’è comunque un orario, in questi teatri. E c’è comunque un tempo, in questi miti: è il senso del tragico che deve continuare.