Questo intervento vuole completare il bozzetto su Tantalo di alcuni post or sono.
Valeria.

Oh! Pellegrini! Oh! Pellegrini che pensosi andate! Fermatevi qui! Fermatevi qui! Fermatevi a questo mio albero, ve ne prego! Ascoltatemi, ascoltate la mia povera voce! È una grazia, quella che vi chiedo: concedetemela. Concedetemi almeno di parlarvi, se proprio non mi volete parlare. Concedetemi una vostra pausa: che sia pure muta, si, ma che almeno sia attenta. Nessuno sosta mai al mio cospetto: nessuno vuole. Forse succede perché tutti sanno già di me, della mia storia, del perché della mia pena, e mi schifano, certo, mi detestano, così come mi detestano gli dei. Anche voi, lo so, non volevate certo fermarvi a questo incrocio. Ma adesso che lo avete fatto, permettete che vi racconti la mia vita, o almeno una sua versione. Il mio nome è Tantalo, e vivo così come voi adesso mi vedete: legato mani e piedi a questo albero imponente e carico di frutti che si fa beffa della mia fame, presso queste acque che si fanno beffe della mia sete, condannato a marcire per l’eternità, senza alcuna pace, in questa putrida palude. Sono stato un peccatore, in vita, un regale peccatore. Sono stato il figlio del supremo Zeus e della nereide Plote: sono stato il figlio dell’ennesimo sfizio di mio padre. Sono stato anche il più amato, il più beneficato dai celesti! E ora eccomi: condannato all’ignominia dei secoli. Le infamie di cui mi accusano sono molteplici, ma quella per cui sto qui pare che sia certamente la peggiore. Ecco: ricordo. Ricordo il periodo della mia vita passato fra gli agi e le delizie degli dei. Ricordo la sensazione di essere quasi uno di loro! Certo: non ero un dio. Ma era come se lo fossi, perché come un dio ero invidiato. Chi, desiderando essere al mio posto, non sarebbe stato pervaso dall’invidia? Pensate: partecipare ai banchetti dei celesti! Vivere una vita intera di pasti divini! Vivere una dolce vita addolcita di nettare e ambrosia! Potevo forse non desiderare di sdebitarmi per queste adorabili grazie che sempre da loro mi furono concesse? Chi mai potrebbe biasimare le mie intenzioni? Vi dirò che cosa ho fatto per loro: per loro ho imbandito io stesso, nella mia reggia, e nella sala più bella, nella sala più adorna di rilievi e di stucchi dorati, un lungo, lunghissimo tavolo, su cui ho collocato le pietanze più gustose. E tra i vassoi colmi di prelibatezze degne della più florida cornucopia, ho collocato un vassoio speciale, con delle carni altrettanto speciali, adagiate su un letto di verdure scelte: un arrosto fumante, promettente, meritevole più di ogni altra mia offerta del palato di un Dio. Era quello il mio dono e, insieme, il mio frutto migliore: nel ventaglio di ricchezze che un re della Lidia potesse possedere, fra Brotea, e Niope, e Pelope, scelsi Pelope, il più giovane fiore del mio albero. Seguii il banchetto con cura, osservando i convitati uno per uno, studiando i loro gesti e le loro parole, ma la mia attenzione fu presto rapita da Demetra: la dea, sebbene assorta nei suoi drammi familiari, fu l’unica che protese il braccio, un braccio ingioiellato d’oro e d’azzurro, verso il vassoio principesco, e prese un pezzo di arrosto: era la spalla di Pelope. Ci furono attimi di silenzio, e poi, fatalmente, di sola ira. Mio padre, Zeus, colui per il quale mi ero dato tanto affanno e per cui tanto avevo sacrificato, abbagliò la sala intera con le sue saette, e soprattutto accecò me e il mio futuro con un solo gesto di fatale condanna: mi maledisse in eterno, e con me maledisse i miei discendenti, per generazioni e generazioni a venire. La mia puntata massima era stata un fallimento: avevo fatto male i conti. Avevo tutto, e ora, ecco, non avevo più niente. Ma gli dei, così spietati con me, ebbero almeno pietà della mia offerta, e misero insieme le parti smembrate del corpo di Pelope, come fossero pezzi di un puzzle, per dare nuova vita a ciò che poco prima era solo un ammasso di croste, mentre invece sono io che a poco a poco mi faccio crosta di questa corteccia. Non so già più da quanto tempo sono preso a questi lacci, in mezzo a questo fango. Sono passati anni, secoli, millenni. Le mie vicende familiari, ormai, sono ridotte a chiacchiera: sono una storia nota, che tutti conoscono, e che adesso anche voi conoscete. Solo questo mi resta: parlarne a mia volta. E adesso proseguite, proseguite pure, pellegrini: proseguite il vostro cammino. Adesso che sapete, potete lasciarmi nuovamente solo con la mia condanna, a smaltire per l’eternità i postumi del mio ultimo, divino, banchetto.