Sono stata a una cena, ieri notte. Non so bene come ci sono finita: non so più se sono stata invitata ufficialmente, o se sono entrata di nascosto dalla porta di servizio. Perdonatemi: la verità è che non avrei dovuto stordirmi così tanto da non ricordare una cosa elementare come questa. Ma credetemi, non è una questione priva di senso. Perché questa cena era in una reggia: la reggia di Atreo e di Tieste. Atreo e Tieste sono fratelli. Adesso che la cena è finita, non so più se lo siano ancora. Certo è che sono andati d’amore e d’accordo per tutta la festa, o almeno fino a un certo punto. Non è stato sempre così. Si sono odiati per anni e anni, prima di questa specie di pace che li ha fatti banchettare allo stesso tavolo. Non so se ho capito bene il perché del loro astio, ma credo che ci fossero di mezzo le solite faccende politiche e, come spesso accade, una donna. Se solo fossi stata più curiosa e più maliziosa, avrei badato ai commensali che parlavano tra loro, ai commensali che parlavano a voce alta, a voce bassa, ai commensali che commentavano la stranezza di questi due nemici giurati diventati tutto a un tratto due complici e due amici, a questi due uomini tornati a essere finalmente due fratelli: una coppia di regnanti. Invece non me ne sono curata troppo, perché a una cena, alla fine, si compie semplicemente l’atto del cenare. E il cibo era ottimo. Per non parlare del vino. Eppure non avrei davvero dovuto bere così come ho fatto. Se non lo avessi fatto, forse, sarei stata lucida quando Tieste mi ha fatto un cenno con la mano perché mi avvicinassi a lui, e non avrei acconsentito, e non avrei avuto un punto di vista privilegiato quando è stato servito il piatto forte. Se non lo avessi fatto, forse, me la sarei potuta cavare con un grazie e un congedo, magari per andarmene e non tornare mai più. Ma Tieste era ubriaco. Ma Tieste era re. Perché Tieste voleva la mia compagnia? Perché si sentiva solo. Tieste aveva tre figli, che erano stati la sua salvezza e la sua speranza durante gli anni dell’esilio. Gli erano stati sempre vicini, in salute e in malattia, e proprio adesso che c’era da fare festa, di loro non c’era nemmeno l’ombra. Non fraintendete: non è che il re non abbia goduto alla sua festa, e mangiato e bevuto come e più degli altri. È solo che a un certo punto la sazietà gli ha fatto venire a galla certe nausee e certe solitudini per cui l’assenza dei suoi congiunti gli era il più odioso dei mali. Così ha chiesto a suo fratello di farli venire, di portarli al suo cospetto perché li potesse abbracciare. Allora Atreo si è avvicinato con una coppa, colma di un liquido che adesso so essere sangue: voleva che Tieste facesse l’ultimo brindisi, prima di accontentarlo. Ma Tieste non ha bevuto: ha urtato la coppa che ha versato sul desco, e anche su di me, tutto il suo contenuto. È stato allora che è successo: i figli di Tieste sono finalmente entrati nella sala del ricevimento, ma non con il passo regale o almeno principesco che il padre avrebbe desiderato riconoscere in loro. I loro piedi non hanno calpestato un tappeto steso apposta per il loro incedere. Le loro mani non sono state offerte ai commensali perché le onorassero di reverenti baci. I loro volti non hanno offerto il lato migliore alla folla banchettante perché ne ammirasse il nobile benché ancora acerbo profilo. Sono arrivati sospesi a mezz’aria. Volanti, quasi. Non era una lettiga. Non era una portantina. Era un vassoio. Era grande. Era pesante. Certo era il vassoio a pesare più dei poveri resti che c’erano dentro. Ma…ho forse detto resti? Perdonatemi: non volevo dire resti. Volevo dire… ma si, ormai è stato detto: non c’è altro modo per dirlo. Erano i resti dei figli di Tieste a fare questo mirabile ingresso nella sala. Quando ho visto il vassoio, non è stata certo questa la prima cosa che ho pensato. Non avrei mai voluto pensare una cosa simile. Avrei pensato più volentieri a un’altra portata, all’ennesima, nauseante, portata che nessuno avrebbe comunque avuto cuore di lasciare nel piatto. Avrei preferito anche che la solitudine del re non avesse mai fine. E soprattutto, avrei preferito che Atreo non avesse mai confessato il suo triplice delitto e che non avesse mai condito i crimini con altri crimini scagliando sul padre ciò che restava dei suoi figli insieme con l’infamia.
Ma non vi preoccupate: adesso non mi metterò a parlare del povero Tieste alle prese con questi relitti umani. Non vi descriverò un padre andato oltre l’ebbrezza e la follia che cerca di dare un senso a dei brandelli che erano stati suo sangue, se non sua carne. Non lo farò perché mi preme piuttosto dirvi un’altra cosa. Mi preme dirvi che, senza saperlo, ciò che avrebbe dovuto completare quei resti straziati era stato accuratamente fatto a pezzi, cucinato, servito e masticato a quella stessa tavola: fatto a pezzi, cucinato, servito, masticato. Da Tieste, certo. Ma evidentemente anche da me. Alla sua tavola ho mangiato, alla sua tavola ho bevuto. Il sangue dei suoi figli ha schizzato anche le mie vesti. Quanta fame, e quanta sete, può restare a chi partecipa a cene come questa? Io vorrei saperlo, dovrei saperlo, perché c’ero. Allora ecco: la cena è finita, è passata. Non ho già più la sensazione di essermi cibata di avanzi. Invece, mi sento a mia volta un avanzo di questa cena: mi sento una commensale fatta a pezzi, cucinata, servita, masticata. Tieste e Atreo hanno fatto le stesse cose anche a me. Ebbene cosa resta di me? Resta ciò che non è stato usato. Restano piedi che mi vorrebbero portare via da questa storia. Restano mani che invece vorrebbero sfogliare ancora il libro in cui questa storia è scritta. E adagiata sul suo vassoio personale, resta anche la mia testa, che a questa storia non ha più smesso di pensare.