L’affanno dell’esilio, tempo reo,
non mi toglie il consueto buonumore:
guardando i figli, vista in cui mi beo,
penso – ma in greco – «sono piezz’ ‘e core».

cucina, figli: ecco, mi ricreo.
Un telegramma scuote quel torpore:
«Riconciliomi teco. Vieni. Atreo».
Fràtemo, sintetico scrittore.

Parto. Toeletto i figli: sulla veste
ricca, addobbata, tutta crinolina
come carta oleata, occhiate meste.

Membra disperse, unite: e già declina
il sole, e Atreo mi abbraccia: «Caro Tieste!».
Un buon odore vien dalla cucina.