Un testo dell’efialteo Sghembro, un nuovo prodotto originale di Efialte

Tra i canti di gioia e luce che popolavano le strade la notte regnava nella città dominata dalla reggia degli Atridi.
Un ragazzo vestito miseramente è in piedi con le braccia aperte, in una tiene una spada, mentre l’altra rimane aperta, rilassata. La lama dal suo peso sembra voler cadere, il braccio che la tiene ha una minima tensione e i muscoli, anche se turgidi di forza, sembrano un leggerissimo filo. Tutto è sangue. Nelle pareti ci sono gocce di sangue raffermo da anni, congelato per la mancanza di qualsiasi calore. Nuovo sangue si è aggiunto al vecchio, crimine a crimine, colpa su colpa rendendo le mura della reggia una rete d’odio.
Una spada è sopra una donna. Occhi spalancati, bocca semi aperta e la punta della lingua che sbuca. I suoi rantoli fanno increspare con piccole onde una pozza che si dilata sempre più, fino ad arrivare alle sue dita tremolanti. Dalla spada il suo stesso sangue le bacia la bocca goccia a goccia.

Sono Oreste, la speranza di questa città, non posso piangere! Sono orfano, per opera del destino e di dèi severi, e per quegli stessi dèi mi sono fatto orfano una seconda volta. Tutto era già scritto, gli indovini e i profeti me l’avevano detto, io ho eseguito solo gli ordini degli dèi. Non sono colpevole! Gli occhi di questa madre, che tante volte mi avevano accarezzato e protetto mentre giocavo nel cortile, non mi risveglieranno le lacrime. Loro erano colpevoli! Mia madre era colpevole! Io ho fatto solo giustizia. Lei stessa mi aveva insegnato tutte le leggi quando andavamo nel tempio di Zeus o facevamo i sacrifici. Lei stessa mi aveva insegnato la vendetta. Poi…non so cosa è capitato…forse la troppa vicinanza al trono, allo scettro…o forse la vicinanza d’Egisto…non lo so, ma io son dovuto partire, andarmene dalla mia casa, dal mio cortile dove giocavo e dai suoi…
Ma poi era così colpevole? Anche lei si era vendicata, mio padre aveva ucciso Ifigenia, mia sorellina, la più piccola, che aveva giocato con me e con mia sorella. Anche lei si era vendicata e anche lei per alcuni momenti è stata accecata dal potere come mio padre, pronto a tutto per conquistare Troia. Anche il mio sguardo adesso, lo sento, cerca il trono, lo scettro, se ne vuole dissetare, lo tengo a freno difficilmente. Forse è anche questa sete che mi ha fatto aprire la sorgente di tutto questo sangue. Noi, siamo così diversi? sia tu che io abbiamo fatto quello che ci dicevano giusto, abbiamo seguito la nostra sete di potere! Se tu sei colpevole anch’io lo sono! In fin dei conti noi abbiamo eseguito solo degli ordini, i nostri profeti, il popolo che ci circondava, i nostri libri con le nostre leggi ci dicevano di fare tutto questo. Eppure non riesco a guardarti, mamma. Ti ho ucciso, ma non riesco a non piangere. Sono andato contro quello che il mio sangue mi urlava, ho seguito la giustizia, gli dèi, ma ora sono orfano e la mia voce rimbomba in questa reggia vuota. Potevamo fare qualcosa per non farci divorare da noi stessi?