Intendo dire queste cose per presentare il lavoro sui costumi di scena gia descritto in questo post di inizio aprile e in quest’altro post di fine aprile. I commenti sono, oltre che obbligatori e ingiunti, bene accetti.

È stato produttivo pensare alle due regine dell’Orestea tenendo conto dei “tipi fissi” che esse incarnano, per poi dare a questi stessi “tipi” una veste che non fosse esclusivamente letteraria, ma che anzi avesse tutte le caratteristiche di un abito di scena. Vale subito la pena di notare che proprio i personaggi di Clitennestra e Cassandra sono portati, in corso d’opera, a liberarsi dei costumi che indossano: la prima scoprendosi il seno, e mostrandosi così nella sua drammatica semplicità di donna e di madre; la seconda liberandosi una volta per tutte degli strumenti profetici e, insieme, del ruolo di sacerdotessa. L’ipotesi di presentare questi abiti secondo la prospettiva del puro citazionismo avrebbe potuto portare a un semplice lavoro di ricerca sui costumi in uso nel teatro greco: tale ipotesi è stata volontariamente scartata proprio per evitare che il feticcio arcaico, “taroccato” con cura e posto in bella mostra come pezzo di antiquariato sartoriale, rubasse la scena al significato più autentico dell’installazione. Sono stati i personaggi, invece, a meritare uno scavo accurato, uno scavo che, partito dall’”Agamennone” eschileo, si è valso, tra le altre cose, del monologo “Clitennestra, o del crimine” (dalla raccolta “Fuochi”) di Marguerite Yourcenar e del romanzo “Cassandra” di Christa Wolf, in modo da avere una visione il più sfaccettata possibile delle eroine eschilee. L’analisi dei destini, dei caratteri, delle relazioni e delle azioni che le hanno come protagoniste si è poi tradotto gradualmente nella cosa più simile al bozzetto di un abito di scena (sia pure scarno e comunque scarnificato), di un abito, cioè, che, nella sua quasi elementare semplicità, potesse osare la portata simbolica. Ecco il perché di un “semplice” telo porpora per Clitennestra, simile in tutto ai teli che essa stessa ha avuto cura di stendere (come diaframma fra lui e la terra) per l’ultima entrata di Agamennone nella reggia. Ecco il perché di un “semplice” abito rosso per Cassandra, scamiciato infantile per una regina ancora bambina, recante sul davanti un grande punto interrogativo bianco, grottesco pervertimento del suo inutile dono della veggenza. La nobiltà e la sacralità dei due caratteri ha poi necessitato una degna collocazione di queste vesti, ovvero di un “contenitore” di abiti che potesse dare asilo a simili “contenitori” di corpi, e che fosse così, contemporaneamente, “contenitore” di esseri umani, di cose e di storie. L’idea di un armadio, apparentemente la più ovvia e banale, si è rivelata invece la più ricca e carica di senso, e se ciò è accaduto è stato per ragioni del tutto “formali”: la “forma” standard di un armadio (un parallelepipedo, né più né meno) è in sé talmente neutra da valere come pura potenzialità, e da fare in modo che poche assi di legno diventino di volta in volta una nicchia, una bara, un altare, un letto, un catafalco, una vetrina, un piedistallo e (perché no?) anche solo e soltanto un armadio. Un armadio che, si badi bene, è stato concepito privo di ante, privo cioè di chiusure, di limiti fisici e metafisici per accedere al mondo tragico e mitico di Eschilo e delle sue emblematiche donne: un armadio sempre aperto che, come un libro sempre aperto, non chiede altro che di essere contemplato, visitato, frequentato, praticato dagli astanti. Nel vecchio camerino di un vecchio teatro, questo armadio e questo libro vivono solo una delle loro infinite vite, in cui la presenza delle vesti appese sposa l’assenza dei volti e specialmente dei corpi a cui è previsto che quelle vesti si appendano: suscitare nello spettatore il desiderio di vestire a propria volta i panni regali di Clitennestra o Cassandra è solo una delle intenzioni del lavoro di ricerca. La volenterosa contemplazione delle sanguigne eroine eschilee, in tutta la loro maestosa fissità, sembra comunque essere un ottimo invito alla lettura delle vicende che ormai le hanno rese immortali.