Questo è ciò che vorrei dire per parlare dell’installazione tante volte descritta su Efialte: un vassoio di altezza ca. 1,80 in cui dei fori permettono di inserire testa, mani, piedi, che sporgono e risultano adagiati, appunto, su un vassoio.

Nell’animo di un lettore che sia sensibile alle “magnifiche sorti e progressive” del mondo contemporaneo, la storia di Atreo e Tieste e del macello e cottura dei figli di Atreo suscita un’inquietudine, quasi una certezza: davvero simili regolamenti di conti non sono mai del tutto passati di moda? Nell’attuale contesto postmoderno ci è piaciuto tradurre dalla teoria alla pratica questa tragica macelleria rituale: il testo di Seneca, concepito dall’autore come critica per una cultura ormai decaduta, si è rivelato così in tutta la sua drammatica attualità, se è vero che l’orrorifico cliché del corpo fatto a pezzi è ormai da tempo diventato simbolo della parcellizzazione violenta dell’io. Il dramma scelto dall’autore per additare le crude conseguenze della degenerazione del potere (e dell’essere umano al potere) necessitava una traduzione altrettanto cruda, in grado di interessare, oltre alle menti, gli stessi corpi degli spettatori. Si è pensato così di rendere rappresentabile, in modo apparentemente indolore, addirittura goliardico (anche se per certi versi indecente), ciò che nella stessa messa in scena senechiana non si sarebbe potuto rappresentare senza suscitare orrore: lo spettacolo di un corpo mutilato. La parata scenica di brandelli umani prevista da Seneca non è stata letta nella sua valenza di colpo di teatro fine a se stesso, ed è appunto in questa chiave che è stata presa come spunto per l’installazione chiamata TESTE, MANI, PIEDI. Tale installazione non è altro che un semplice pannello, forato in corrispondenza della testa e delle estremità di un essere umano adulto, e recante anteriormente un’incisione ovoidale e due maniglie laterali che diano l’idea di un vassoio da portata: è un pannello con cui lo spettatore è chiamato a interagire, inserendo la propria testa e i propri arti nelle apposite fessure, ed entrando così anche fisicamente nelle dinamiche della storia, o meglio, della cena, che di questa storia è la vera e propria scena madre. La trovata del pannello forato e praticabile a scopo ludico non è certo una novità: è, anzi, a sua volta, un cliché che, evocando il contesto giocoso della fiera, consente il libero sfogo del senso del grottesco, circostanza necessaria e preliminare per analizzare i fatti della propria epoca in una prospettiva di totale straniamento. Lo spettatore ideale di questa installazione è colui che mangia il testo e ne viene conseguentemente mangiato: in più, essendo il “Tieste” un testo teatrale, si è provato a varcare il limite dell’immedesimazione del singolo attore nel personaggio, e a estendere la categoria di “figlio smembrato – cucinato – masticato” allo stesso pubblico. È poi necessario sottolineare che ciò che viene fatto restare dei corpi è ciò che non può essere sfruttato come pasto, e che però viene fatto servire per il loro riconoscimento: come Tieste riconosce i propri figli dai loro avanzi (e specialmente dai loro volti) così il pubblico è chiamato a riconoscere se stesso a partire da ciò che questa storia gli consentirà di conservare intatto. Una delle mete del lavoro di ricerca è proprio che lo spettatore, apparentemente decapitato, si senta invece mentalmente stimolato a una critica continua, che vada dal testo al mondo e dal mondo al testo.