Cecilia Mariani
SETTE CONTRO TEBE

PERSONAGGI – Il Messaggero – Eteocle – Il coro – Alcune donne

PROLOGO.

Sipario chiuso. Buio. Tre donne sono inginocchiate sul proscenio: una è al centro (faccia al pubblico), una è alla sua destra (faccia alla quinta di destra), una è alla sua sinistra (faccia alla quinta di sinistra). Hanno scialli neri sulle spalle e sulla testa, e torce elettriche in mano: le accenderanno alla loro prima battuta, puntando il fascio luminoso sul proprio viso da sotto in su, e le spegneranno all’ultima.

1 DONNA (accende la torcia)
La dea che rovina le case, la dea che delle altre dee non ha il nome, è la veridica profeta del dramma.

2 DONNA (accende la torcia)
La dea invocata da un padre, l’Erinni, farà compiere contro i figli le maledizioni di un padre demente.

3 DONNA (accende la torcia)
Il demonio che ora veloce porterà la pena è di razza antica, e vive da tre generazioni.

1 DONNA
Da quando Laio generò Edipo.

2 DONNA
Da quando Edipo generò Eteocle.

3 DONNA
Da quando Edipo generò Polinice.

1 DONNA
Da quando Laio fece violenza a Apollo.

2 DONNA
Per tre volte il dio aveva parlato.

3 DONNA
Per tre volte il dio aveva predetto.

1 DONNA
Se Laio non avesse generato, avrebbe salvato la città.

2 DONNA
Ma Laio cedette alla sua stessa carne.

3 DONNA
Ma Laio cedette alla carne di colei che gli era cara.

1 DONNA
Laio generò a se stesso il suo stesso destino di morte: generò Edipo, il parricida.

2 DONNA
Edipo violò il puro solco di sua madre.
3 DONNA
Edipo seminò semi e radici di sangue.

1 DONNA
Mai Edipo, preso nella macchina infernale, sospettò della sua buona sorte. Chi, infatti, fra gli uomini, fu mai altrettanto ammirato dagli dei che stanno nei templi di questa città? Chi, se non Edipo?

2 DONNA
Chi in questa piazza, crocicchio delle genti, fu più onorato di Edipo, quando grazie a lui fu messa a morte la Sfinge, la bestia vorace di carne umana?

3 DONNA
Chi, in questa reggia, nella dolcezza dei letti sfatti, fu mai posseduto dal demonio, quando dal ventre buio di Giocasta fu cacciata fuori una prole di mostri?

1 DONNA
Ma poi, non appena capì, non appena comprese le sue nozze incestuose, Edipo impazzì nel cuore e nella mente, e si strappò via gli occhi.

2 DONNA
Si strappò gli occhi con le stesse mani che, una volta, in preda all’odio, avevano strappato la vita al padre.

3 DONNA
Si strappò gli occhi con la spilla della veste che tante e tante volte, nella passione, aveva strappato di dosso alla madre.

1 DONNA
E per i figli, per la loro odiosa nascita, ci furono amare parole di maledizione.

2 DONNA
Con le armi in pugno, presto o tardi, si sarebbero spartiti in sorte i suoi beni.

3 DONNA
Con le armi in pugno, presto o tardi, si sarebbero trafitti l’uno con l’altro.

1 DONNA
Adesso uno straniero dividerà l’eredità, uno straniero dividerà i beni: sarà il ferro straniero a decidere quanta terra toccherà a ciascuno di loro.

2 DONNA
Quanta terra da vivi.

3 DONNA
Quanta terra da morti.

1 DONNA
Dopo che si saranno sventrati l’un l’altro, l’un l’altro straziati e morranno, dopo che la polvere di questa terra berrà i grumi neri del loro sangue empio, chi li purificherà dei loro peccati?

2 DONNA
Chi laverà i loro corpi?

3 DONNA
Chi laverà i loro mali?

1 DONNA
I nuovi drammi di questa reggia sposeranno i suoi vecchi dolori.

2 DONNA
Insieme con i suoi re rovinerà tutta la città.

3DONNA
Insieme con i suoi re cadrà ogni trono, ogni letto, ogni altare.

1 DONNA
Si compiranno le maledizioni antiche con pesanti baratti, ma non toccheranno gli impotenti: la città getterà via la zavorra del potere, il successo eccessivo, troppo nutrito.

2 DONNA (spegne la torcia)
Tutto ciò ora si compirà.

3 DONNA (spegne la torcia)
Tutto ciò si compirà ora.

1 DONNA (spegne la torcia)
Tutto ciò, ora, non potrà non compiersi.

Buio iniziale.

MESSAGGI ALLA CITTA’.

Una tenue luce rossa. Il sipario si apre piano: lo scenario è neutro, le quinte sono nere. Si sente declamare un brano da una voce maschile, come se fosse un annuncio registrato. Al centro della scena, due donne, vestite di scuro e con il viso truccato di rosso, reggono una cornice: dentro la cornice c’è una maschera da domino, bianca, neutra, senza espressione alcuna. Ai lati della cornice è attaccato un telo di plastica nera, e a poco a poco, mentre il messaggio registrato continua a girare, le due abbassano la cornice e con essa il sacco, dentro cui c’è un uomo, in piedi, vestito di bianco, che porta la maschera: si capisce che l’uomo è di spalle e che porta la maschera sulla nuca. Appena il messaggio finisce, le due donne escono, una da destra e una da sinistra. Altre sette donne vestite di nero sono sedute sul proscenio, l’una di fianco all’altra, e danno le spalle al pubblico: anche loro portano una maschera sulla nuca, identica alla maschera dell’uomo: fa eccezione la quarta, che è seduta, ma non di spalle, e non ha la maschera come le altre.

MESSAGGIO REGISTRATO
Voi della città di Tebe! Dire le parole giuste in questa ora è il dovere di chi sempre ha retto questa città senza mai cedere ai sogni della tregua. Ebbene, colui che conosce i voli degli uccelli, colui che con le orecchie, con la mente, senza il lume degli occhi, scruta i voli profetici con arte mirabile, colui che è principe in tali vaticini, ha parlato di un nuovo assalto deciso dagli Achei per questa notte. È giunta per Tebe la settima ora. È giunta l’ora per voi soldati di andare ancora alle porte delle mura, a combattere con tutto il vostro valore. E quanto a voi, figli e figlie della rocca di Tebe, questo ora è il vostro dovere: che ogni uomo e ogni donna si adoperi per quanto gli spetta a difendere la città, le case, e gli altari degli dei di questa terra, perché mai non vengano annientati i loro culti. Difenderete la vostra prole, e difenderete la terra madre, vostra prima nutrice, perché fu lei che prese su di sé il vostro peso e vi fece crescere: questa terra educò i suoi primi cittadini proprio perché voi foste presenti ora, come combattenti fidati e pronti a questo dovere. Dall’inizio di questa guerra, il favore divino è stato dalla nostra parte: per tutto questo tempo, da quando Tebe si è chiusa dentro le mura, l’esito favorevole della guerra è stato una grazia concessa dagli dei. Se la grazia divina ci assisterà ancora, vanterete il vostro giusto merito. Ma se invece, e ciò non sia mai, dovesse capitare una disgrazia, sarà il nome di Eteocle, il nome del solo Eteocle, il mio nome, che chiamerete per tutta la città. Da tutto questo DIO ci protegga: sia DIO protettore, per la nostra città.

L’ultima frase del messaggio registrato viene ripetuta sette volte di seguito, come se il nastro si fosse incantato. Contemporaneamente, si comincia a sentire in sottofondo il “Notturno: Sirene” di Claude Debussy. Le due donne entrano di nuovo da sinistra: spingono un tavolo a rotelle coperto da un telo di plastica bianca, e lo spingono come se fosse una bara, stando una davanti e una dietro. Sopra il tavolo, seduta, c’è una donna vestita di nero: è IL MESSAGGERO. Le due donne spingono il tavolo al centro della scena, proprio davanti all’uomo, poi escono, una da destra, una da sinistra. IL MESSAGGERO scende dal tavolo. L’uomo si volta, prende in mano un coltellaccio da macellaio e una lima che sono sopra il tavolo: affila l’arma. Un occhio di bue illumina IL MESSAGGERO, che prende a parlare al pubblico.

MESSAGGERO
L’uomo che vedete è Eteocle, il re di Tebe, il capo. Lui ancora non lo sa, ma in realtà è un uomo morto. Ora come ora non pensa a morire. Pensa a vivere. Pensa a fare bene il suo dovere, a difendere ciò che gli è caro. E allora ecco che affila gli arnesi, le armi: è una cosa, forse l’unica, in cui ha la certezza di essere bravo. Le donne che avete visto, le donne che vedete, non sono le sue donne. Eteocle non ha donne, non ha concubine: ha giurato a se stesso che ormai non vuole più avere a che fare con nessuna di loro, e che non conosce altra donna che Tebe. Per lui Tebe è molto più di una città, molto più di un brandello di mondo o di carne: Tebe è la Terra, la Madre, la Vita. È tutta roba sua, la possiede, è il padrone. Dopo Laio, suo nonno, e dopo Edipo, suo padre, ecco che adesso è lui a comandare: ma sotto la stessa cattiva stella. Non che Eteocle non sappia di essere vittima di una maledizione. Lo sa: è che confida nel fatto che sarà Polinice, suo fratello, a pagare per tutti e due. Avrebbero dovuto regnare entrambi, un anno ciascuno, ma Eteocle lo ha esiliato, e così Polinice ha deciso di marciare verso Tebe, contro Tebe, per farla sua, secondo il diritto. E ora che Tebe è in stato di assedio, e che la battaglia finale si avvicina a velocità vertiginosa, su tutti i muri di questa città dalle sette porte Eteocle ha fatto appendere dei manifesti, gli ultimi di una lunga serie, per esortare i suoi sudditi, come si dice, alla virtù: un annuncio retorico, capirete bene, di pura propaganda, ma con parole chiave come TERRA MADRE. Giornali, radio e televisioni non fanno che vomitare la stessa cantilena, lo stesso ritornello, 24 ore su 24. A tutti gli incroci, in tutte le piazze, si fa pubblicità alla guerra di Tebe. Perché anche la guerra ha bisogno di pubblicità, e anzi: la pubblicità è l’anima della guerra. Eteocle sa come si fa: sa come si vende un quarto di bue o di popolo. Non che non sia un uomo pratico, oltre che retorico: è un macellaio, si sa, capace di fare a pezzi con la stessa precisione sia un cavallo che il suo cavaliere. Ma è anche un uomo di Stato e, sebbene non sia meno rozzo degli altri, un uomo di Chiesa. Quando in città si è cominciato a parlare di guerra, l’amore del popolo per il suo re ha passato dei brutti quarti d’ora: proteste, scioperi, occupazioni, comizi. Eteocle non ha fatto niente per bloccare con la forza l’opposizione: sapeva che presto si sarebbe bloccata da sola, e così è stato. Niente cariche della polizia, niente arresti, niente di niente: il re fa una promessa a un tizio, fa un’altra promessa a un altro, tempo una settimana tutto tace, e di tutto il coro, l’orco si accontenta di una sola voce. Bianca. (indica la quarta donna al centro del proscenio). Non aveva fatto niente di che: si era solo messa a correre per tutta la città con un tamburo in mano, a battere il ritmo del panico, a invocare tutti i santi. Chiedeva semplicemente pietà: pietà per lei, per le donne e gli uomini di Tebe, perché la guerra non si facesse. Così Eteocle ha chiesto ai suoi di andarla a cercare, di prenderla, di metterla in una cella o in un buco, e di farla tacere, di torturarla un po’ se fosse stato il caso, per esempio cucirle la bocca con del filo nero, o strapparle le unghie o la lingua con una pinza, in un colpo solo, come si fa nelle prigioni della tirannide, perché alla fine fosse chiaro al popolo che sorte ci sarebbe stata per gli ultimi romantici, i pacifisti. Se li avesse davvero fatti caricare dalla polizia tebana, se li avesse arrestati, se ne avesse presi a manciate e li avesse murati vivi in un paio di garage fuori dalle porte Tebe, o giustiziati nella piazza pubblica, con un laccio al collo, non sarebbe stata la stessa cosa. Invece così, con una sola vittima esemplare e un solo nome da tenere a mente, è tutta un’altra cosa. Una settimana di cella di isolamento, e ancora non le hanno fatto nemmeno un livido: le hanno solo preso il tamburo, e la libertà. Chiusa a tacere in una cella, continua a pregare. Prega, in silenzio, che la guerra di Tebe non si faccia. Prega ancora perché comunque crede che alla fine la guerra di Tebe non si farà. Ma la guerra di Tebe si farà. La faranno i Tebani, e i loro nemici, e moriranno, moriranno tutti, e tutti allo stesso modo, con una mezza preghiera nella bocca piena di sangue, senza più denti ma con tutti i capelli ancora attaccati alla testa. E alla fine, ma solo alla fine, per ultimi, moriranno anche i loro capi: morirà Polinice, morirà Eteocle. E moriranno entrambi maledetti da uno stesso padre, senza essere mai stati padri.

La musica sfuma a poco a poco. IL MESSAGGERO si siede su un piccolo cubo nero che sta davanti al tavolo, dando le spalle a ETEOCLE, che continua ancora con i suoi arnesi.

STANZE DEI BOTTONI.

L’occhio di bue illumina in pieno ETEOCLE: per alcuni secondi si sente solo il rumore dell’affilatura.

ETEOCLE
(a se stesso, citando a memoria dal brano registrato) “Voi della città di Tebe…” Figli e figlie della città di Tebe… “Dire le parole giuste in questa ora è il dovere di chi governa…”
(al MESSAGGERO) Che ore sono?

MESSAGGERO
Le sette, Eteocle.

ETEOCLE
Le sette. Bene. Hai sentito il mio discorso alla radio?

MESSAGGERO
Certo, Eteocle: ma mi aspettavo una conferenza stampa filmata.

ETEOCLE
Non c’è stato il tempo di filmare la conferenza stampa. E comunque i miei uomini stanno già tappezzando tutta la città. Ho scritto parole giuste: la città leggerà parole giuste..

MESSAGGERO.
Parole vere?

ETEOCLE
Parole mie. Parole del re. Non ti basta?

MESSAGGERO
Non preoccuparti che basti a me: preoccupati che basti al popolo, a tutto il popolo. Se ciò che hai detto nel tuo discorso è vero, è il popolo che farà la guerra stanotte, che andrà a vincere o a perdere la vita. Sarebbe il caso che sapesse tutto ciò che c’è da sapere a proposito, o che ne sapesse almeno abbastanza da morire con tutti gli onori.

ETEOCLE
Il popolo ne sa già abbastanza, e da mesi. Sono mesi che si parla di una sola cosa, in città, e sono mesi che la città aspetta questo momento. Ebbene l’attesa è finita: c’è solo in tempo di farsi la barba, armarsi e partire.

MESSAGGERO
Il popolo si è stancato da tempo di parlare e di aspettare. Il popolo è già stanco, Eteocle.
Se fosse per il popolo, la guerra di Tebe non si farebbe, e lo sai.

ETEOCLE
La guerra di Tebe si farà: comincerà oggi stesso, stanotte. Ho chiamato il popolo alle armi, il popolo sa, è pronto. Non ci sono più scuse o stanchezze varie. Si votino pure agli dei o ai demoni: mi basta che combattano da uomini. È solo da loro che dipende l’esito di questa guerra: se la morte se li prenderà in combattimento, saranno celebrati come eroi, ma se non combatteranno moriranno comunque, e da vili. E se poi la città verrà presa e io non sarò ancora morto, saranno loro stessi a eliminarmi: manderanno i loro sicari a farmi la pelle, a scuoiarmi vivo come una vacca prima di appendermi all’uncino del beccaio e chiedere pietà ai vincitori. E tu mi chiedi parole vere! Eccola, la sola cosa vera. E un’altra cosa ancora: se c’è un esercito fuori dalle mura di Tebe, dentro le mura deve essercene un altro. Perché non c’è altro modo di cavarsela, in stato di assedio. Il popolo deve stare dalla mia parte. Il clero è dalla mia parte. Con i preti ho fatto tutto ciò che ho potuto: ho stretto mani, ho baciato mani, ho dato denaro per i loro templi, i loro riti, i loro incensi e i loro uccelli da spennare. Ho accettato di farmi benedire nella piazza pubblica, io, che sono stato maledetto dal mio stesso padre! E perché? Perché il popolo avesse fiducia in me e fede in DIO. E proprio DIO sa se ne avrei fatto volentieri a meno. Ma il popolo è sempre in balia degli spettri, dei fantasmi, teme il malocchio, le fatture. Il popolo è una donna che va in giro per la città a strappare i miei manifesti, si piazza nei crocicchi con un tamburo e chiede la pace, si vota a tutti i santi e parla di me come di un orco. Pace! Pace! Pace! I tempi a Tebe non sono ancora maturi per la pace, e la diplomazia tebana non può, non deve trattare con Polinice e con gli argivi: sono terroristi, mercenari. Averli al potere sarebbe peggio che profanare la tomba di mio padre e fumarne le ceneri. Tu credi che il popolo viva per delle questioni di principio, che mi accusi davvero per l’esilio di Polinice e che non creda a questa guerra! Che popolo idealista mi sarebbe toccato in sorte! Come se il popolo non temesse solo gli effetti di questa guerra, e di ogni guerra: la fame, la sete, la peste, la contaminazione. Lo stesso popolo che mi crede un tiranno, non conosce la vera tirannide: conosce solo la paura, non può vivere senza. Ebbene, se il popolo ha paura, allora spetta a me fare in modo che sappia bene di chi e di che cosa, e spetta sempre a me liberarlo dalla malasorte. E si da il caso che la loro malasorte, la mia Sfinge personale, adesso, si chiami Polinice. Presto il popolo di Tebe mi amerà come un liberatore. È una tradizione familiare, ormai.

MESSAGGERO
Sei il figlio di Edipo. È questo che il popolo vede in te, nel bene e nel male.

ETEOCLE
Sono il figlio di Edipo, sono il re di Tebe, sono il capo. È solo questo che conta.

MESSAGGERO
Ma non sei l’unico figlio di Edipo.

ETEOCLE
Ancora poche ore e sarò l’ultimo.

MESSAGGERO
Polinice è tuo fratello, Eteocle. Tebe lo sa, e conosce i vostri patti.

ETEOCLE
Tebe conosce me. Non la lascerò in balia dei politicanti e dei terroristi, di gente che agirà e voterà sempre contro lo Stato: Polinice e i suoi non sanno ciò che fanno, e DIO non li perdonerà. Ma proprio tu parli di mio fratello: bene. Ti ho mandato io stesso in campo nemico, a spiare i piani del suo esercito, e se non ti sei già venduto anche tu all’opposizione, conto che abbia fatto il tuo dovere.

MESSAGGERO
Forse tuo fratello Polinice è un politicante, Eteocle, e forse gli argivi sono tutti dei terroristi. Ma che questa sia o non sia una guerra mercenaria, combattuta o no da mercenari, non direi che non sanno ciò che fanno. Ho sentito quanto basta per dire che sanno parlare ai loro uomini, e ho visto quanto basta per averne a mia volta paura.

ETEOCLE
Ebbene?

MESSAGGERO
C’è stato un giuramento, e una donna che lo filmava. Se la loro propaganda non è da meno della tua, mentre io e te ne parliamo le televisioni argive lo stanno passando a rotazione a reti unificate. Ho visto io stesso sette guerrieri, i capi dell’esercito argivo, che sgozzavano un toro sopra uno scudo nero, e che bagnavano nel sangue del toro le loro mani. Poi hanno giurato in nome di Strage e di Terrore: hanno giurato di radere al suolo questa città, di evacuarla, di metterla al ferro e al fuoco, o altrimenti di morire e marcire in questa terra perdendoci tutto il loro sangue. Poi hanno appeso dei ricordi a un carro, il carro di Adrasto, ricordi per i genitori, per le loro case, con le mani rosse del sangue ancora caldo del toro. Ho visto che piangevano, ho visto le loro lacrime, ma non una sola parola, non un solo suono, che uscisse dalle loro labbra. Li ho lasciati che decidevano a quale porta ciascuno avrebbe condotto la sua schiera. Tiravano a sorte.

ETEOCLE
A sorte… ma che bravi. C’è dell’altro?

MESSAGGERO
No. C’è solo da fare altrettanto con i capi del tuo esercito: prendere i migliori guerrieri di questa città e schierarli sui varchi delle porte. Adesso. L’esercito degli Argivi è vicino, Eteocle, se ne sentono già il fiato e le bestemmie. E la polvere… la polvere sale come una maledizione. Ti sei affacciato dalle balaustre del palazzo? Cosa dicono le tue vedette? Affacciati ora, Eteocle, stai tu stesso di vedetta. Non si vede già più la linea dell’orizzonte. Il giorno finisce, per Tebe, il sole sta per tramontare, e nemmeno la luna si vedrà, stanotte: stanotte, chi vivrà, vedrà solo cielo e niente stelle, soltanto un cielo rosso senza stelle.
È come se la piana si muovesse, come se fosse un mare di schiuma bianca, un mare di bava dei loro cavalli. Come se l’armata argiva avanzasse come un’onda…di terra!

ETEOCLE
Bene! Ottima cosa! Poesia per le mie orecchie! Ma dimmi, poeta, sempre se posso osare: che cosa ti ha turbato più di tutto? Forse è stato il toro sgozzato, il suo sangue nero, l’odore di una bestia che muore? O forse sono state le mani degli uomini dentro la piaga, le mani immerse nello scudo colmo di un liquido denso e nauseabondo? Certo, fatta da un macellaio la domanda è un po’ prosaica, e tu ora mi trovi certamente odioso: perché sono io che apro il ventre delle vacche, sono io che ne cavo fuori le budella e che delle loro cervella ne faccio marmellata per i ricchi. Sono io che ne insacco il lardo, io che ne insacco le trippe, io che ne incido e strappo via la pelle e la metto a essiccare. Sono io che ne assaggio il fegato crudo per sentire se è dolce o amaro, io che ne prendo il cuore in mano e lo faccio in quattro parti. E sono sempre io che ne affetto le carni, e che decido a chi vendere le parti migliori e a chi le peggiori. Mio caro, se le cose per Tebe si mettono male, non prepararti a mangiare la carne dei cani o dei gatti, ma spera solo che non ti tocchi in sorte di mangiare salsicce fatte con i cadaveri. E se poi basta così poco a impressionarti, allora chiuditi bene in casa, e dai sette giri di chiave alla tua porta, perché stanotte non si sgozzeranno tori, ma uomini, e Polinice sarà il primo dei macellai. Chiuditi bene e prega, come pregherò io, solo, prima che il combattimento abbia inizio, senza una schiera di preti corrotti a fare fumo sugli altari. Pregherò Zeus, e tutti gli dei della città, ma sai chi pregherò con più passione? Pregherò Lei, la Maledizione, l’Erinni potente di mio padre, del cane che mi ha concepito per darmi un destino da cane! Pregherò perché non permettano che questa città muoia, smembrata dalle sue fondamenta e sventrata della sua umanità. Pregherò perché di terra greca non sia mai fatto bottino di guerra, perché questa terra è libera, la città di Cadmo è libera. Pregherò nel mio, nel tuo, nel nostro interesse che sia così per sempre, perché solo una città viva potrà onorare ancora i suoi dei.

MESSAGGERO
E il suoi re.

ETEOCLE
E il suo re.

MESSAGGERO
E sia pure. Ma se anche chi onora il re fa cosa sempre gradita, pare che di recente il re non abbia avuto clemenza con chi ha cercato di onorare gli dei, Eteocle.

ETEOCLE
Il re non avuto clemenza con chi ha cercato di portare il panico, in nome degli dei.

MESSAGGERO
La tua prigioniera è un asso nella manica dei tuoi nemici e della loro propaganda, Eteocle.

ETEOCLE
Non mi stupirei affatto se la mia prigioniera fosse una loro spia o una loro pedina. E non mi stupirei nemmeno se ce ne fossero già in giro delle altre tali e quali a lei. Di certo non mi metterò a dare la caccia alle loro puttane. Me ne basta una, che sia viva, e che se ne stia chiusa nelle mie galere. Non la manderò a morte, o comunque non subito: prima la farò parlare. Tebana o non tebana, ora come ora è un caso esemplare, un asso nella mia manica.

MESSAGGERO
In città non si parla che di lei, a tutti gli incroci.

ETEOCLE
E che cosa si dice, a tutti gli incroci?

MESSAGGERO
Si dice che è roba da tirannide, Eteocle.

ETEOCLE
Se ci fosse davvero la tirannide a Tebe, non ci si potrebbe nemmeno sostare, agli incroci. E se fossi stato una brava bestia di tiranno l’avrei già fatta violentare e crocifiggere. Invece è viva, è nutrita, è sana. Sta solo pensando alle sue azioni, in necessaria solitudine, come è giusto che sia: ne educo una per educarle tutte.

MESSAGGERO
Si dice che non consumi i pasti, che nemmeno beva, e che preferisca lasciarsi morire piuttosto che fare la prigioniera di lusso del regime.

ETEOCLE
E chi mai lo dice?

MESSAGGERO
È il popolo che lo dice: evidentemente c’è qualche guardia corrotta, e c’è stata una fuga di notizie dalle tue carceri blindate.

ETEOCLE
Non servono né una guardia corrotta, né una fuga di notizie perché il popolo dica la sua. E comunque, a parlare della mia prigioniera fanno esattamente il mio gioco. (getta gli arnesi sul tavolo) Guardie!

Da destra e da sinistra entrano le due donne vestite di scuro.

ETEOCLE
(mette un paio di guanti di lattice usa e getta) Portatemi la prigioniera.

Le due donne vanno dalla quarta donna al centro, la prendono per le braccia e la sollevano in piedi. Il MESSAGGERO torna a sedersi sul tavolo e comincia a limarsi le unghie con una lima di cartone. La prigioniera ha uno slancio violento in avanti, come se volesse buttarsi dal palcoscenico, ma le due donne non mollano la presa e la fanno cadere in ginocchio. Il pubblico deve avere la sensazione che la prigioniera stia davvero per cascare addosso alla prima fila. ETEOCLE si avvicina, cammina per un po’ avanti e indietro per il palcoscenico, con aria meditabonda, stando sempre alle spalle della prigioniera, che è illuminata in pieno da un occhio di bue, come per un interrogatorio.

ETEOCLE
(un po’ a se stesso, un po’ alla donna) La prima e ultima volta che in un anno di regno un mio prigioniero ha fatto lo sciopero della fame gli ho preparato con le mie mani tre cinghiali interi. Non ho nemmeno aperto le celle frigorifere: sono andato a caccia personalmente, e li ho presi belli grassi e selvatici. Poi li ho scuoiati, li ho macellati, e li ho messi a macerare nel vino rosso per tre giorni e tre notti, e il vino ho voluto che fosse portato direttamente da Atene. Poi li ho cucinati, in modo semplice, con delle olive, e anche le olive venivano apposta da Atene. Il mio prigioniero era una larva, scioperava da tre settimane, ma non era ancora morto. Non so se non sentisse più la fame o la vita, ma si è arreso a metà del primo cinghiale: ha preso a vomitare cinghiale e sangue, e pareva non dovesse smetterla mai. Comunque sia, ho avuto fortuna, perché l’unico sciopero della sete mi è costato meno sprechi. Il mio prigioniero aveva una guardia personale, un certo Eteocle, che gli ficcava in bocca zollette di sale: una zolletta ogni dieci minuti. Si è arreso dopo qualche ora. Ricordo ancora perfettamente il suo povero viso mostruoso, le sue labbra morsicate a sangue, le sue unghie rosicchiate a fondo, fino all’attaccatura. Così come ricordo ancora l’odore forte delle carni cotte misto all’odore del vomito, acre, e lo ricordo così bene che mi sembra di averlo nelle narici anche adesso. Ricordo entrambi i miei prigionieri come ragni trafitti proprio al centro. Non so più perché scioperassero: probabilmente per un ideale. (prende tra le mani guantate la testa della donna) Non vuoi forse parlarmi del tuo?

CORO
Partite dal presupposto che ne abbia uno.

ETEOCLE
Stiamo cercando di verificarlo. Perché scioperare, altrimenti?

CORO
Ho forse l’aspetto di chi sciopera? Di un’affamata? Di un’assetata?

ETEOCLE
Non direi. Anzi direi proprio il contrario. Direi che hai l’aspetto sano e audace che hanno tutte le vittime prima di salire sull’altare.

CORO
Avete intenzione di “portarmi” all’altare?

ETEOCLE
Non esattamente. E comunque stiamo cercando di evitarlo.

CORO
Perché?

ETEOCLE
Perché a breve vedrò cadere gli uomini di questa città come pedine di un domino, e forse cadrò anche io con loro. Ma si da il caso che prima di armarmi e partire abbia ancora cinque minuti di tempo da perdere con te, e che se è vero che scioperi, perché così si dice di te, e se è vero che sto per morire, perché così ci si aspetta da me, allora prima di morire mi piacerebbe conoscere le tue intenzioni. E se poi è vero che scioperi, allora ti farò torturare, o ti torturerò personalmente. E se sarai brava morirai, ma se sarai ancora più brava sopravviverai.

CORO
E perché? Che fine hanno mai fatto i vostri due sopravvissuti?

ETEOCLE
(indica le due donne) Ora come ora sono le guardie migliori che ho: una è alla tua destra, e l’altra alla tua sinistra.

CORO
Ma davvero? E fanno tutto ciò che gli dite di fare?

ETEOCLE
Sempre e comunque.

CORO
Allora dite loro di lasciarmi. (cerca di liberarsi dalla presa)

ETEOCLE
(alle guardie) Non lasciatela.

CORO
Diteglielo! (si dimena, ma le guardie non mollano la presa)

ETEOCLE
(alle guardie) Stringete.

CORO
(le guardie le torcono le braccia dietro la schiena) Diteglielo!

ETEOCLE
(alle guardie) Stringete di più.

CORO
(le due donne torcono con più forza) Lasciatemi! Lasciatemi!

ETEOCLE
(alle guardie) Mettetela seduta. (le guardie la prendono di peso e la fanno sedere sul piccolo cubo nero su cui prima sedeva il MESSAGGERO)

CORO
Lasciatemi! Dite loro di lasciarmi!

ETEOCLE
(le carezza il viso con una mano) Che viso amabile! Sembri una cariatide… forse ti murerò viva dentro un buco, con il tuo tamburo. (le stringe la gola con la stessa mano) Peccato solo che non ci sia la stessa eco degli incroci… di certo non morirai come una strozzata. (molla la presa in modo brusco) E comunque non per mano mia. (alle guardie) Lasciatela. (le guardie mollano la presa e escono a un cenno di ETEOCLE)

EPILOGO.

La tenue luce rossa illumina lo scenario ormai completamente vuoto: al centro del palcoscenico, uno sull’altro, ci sono solo i due corpi dentro i sacchi di plastica nera, lo spettacolo di macchie e la scura striscia di sangue. Le tre donne del PROLOGO entrano dal fondo della scena a dire le loro battute funebri: il commento di sottofondo è un basso coro di vocali infernali, scandito dal ritmico cadere di una goccia. Le tre donne assumeranno le stesse posizioni inginocchiate dell’inizio (centrale la prima, laterale la seconda e la terza), ma stavolta in modo tale da circondare i due cadaveri.

DONNA 1
Tu sei stato colpito, tu hai colpito.

DONNA 2
Tu sei morto e morte hai dato.

DONNA 3
Con il ferro hai ucciso, con il ferro sei stato ucciso.

DONNA 1
Triste pena hai dato, triste pena hai patito.

DONNA 2
Scorra l’onda del lamento.

DONNA 3
Del lamento scorra l’onda.

DONNA 1
La mente nei lamenti delira.

DONNA 2
Tutti i lamenti per te.

DONNA 3
Tutti i lamenti per te.

DONNA 1
Doppia tragedia nelle mie parole.

DONNA 2
Doppia tragedia nei miei occhi.

DONNA 3
Doppia tragedia nelle mie orecchie.

DONNA 1
La mente nei lamenti delira.

DONNA 2
Per l’ Erinni di Edipo.

DONNA 3
Per la prole di Edipo.

DONNA 1
Atroce, tragica pena negli stessi nomi.

DONNA 2
Eteocle.

DONNA 3
Polinice.

DONNA 1
Atroce, tragica pena.

DONNA 2
Sventurata è questa stirpe, e sventure ha patito.

DONNA 3
Sventurata è questa reggia, sventurata è questa terra.

DONNA 1
Signori della sventura, signori del pianto.

DONNA 2
Voi, che per tutto più avete pianto.

DONNA 3
Voi, che per tutto più avete patito.

DONNA 1
Voi, posseduti dal demone dell’odio.

DONNA 2
Dove mai vi adageremo, in che parte di questa terra?

DONNA 3
Con che cuore vi copriremo di terra, una volta adagiati?

DONNA 1
Questa terrà vi invaderà le bocche, gli occhi, le orecchie.

DONNA 2
Questa vostra pena giacerà accanto a quella del padre. (lascia cadere lo scialle)

DONNA 3
Questa vostra pena giacerà accanto a quella del padre. (lascia cadere lo scialle)

DONNA 1
Queste nostre pene giacciono accanto a quelle dei padri. (lascia cadere lo scialle).
Mentre le donne compiono la veglia funebre, la tenue luce rossa si trasforma gradualmente in un occhio di bue che illumina sempre più violentemente di bianco il gruppo centrale. Al cessare del lamento funebre, cessa anche il sottofondo: il fascio di luce si spegne nettamente con l’ultima battuta, con rumore di lampadina.

6 Risposte to “7@Tebe”

  1. cecilia Says:

    caro pubblico adorante, mi permetto una piccola postilla, che spero non sia percepita come un insulto alla tua adorabile lettura del mio testo: mancano alcune scene, l’avevi capito? tuttavia, non ti preoccupare: presto arriveranno gli eroi con i pezzi mancanti del puzzle…e tutti, te per primo, vivranno felici e contenti. a mille ce n’è…

  2. Gianluigi Says:

    Confermo che la lunghezza, su monitor, è snervante e consta notevole fatica. Per leggerlo tutto è necessario stampare. Io sono arrivato fino a La stanza dei bottoni, prima che gli occhi prendessero fuoco. Da quel poco, posso dire ci sono discrete tracce della Yourcenar, se non l’hai letta è una, bella e strana, anomalia. Dal punto di vista formale notevole controllo, proprietà del mezzo scrittorio (non è sempre scontato) ottima. Se devo trovare un difetto è nell’energia dello stile: ho avuto la percezione che una caratteristica decisa sia quella di un tenore “tenue”, nel senso che non ci sono slanci di soprassalto improvvisi, forse l’ordine e l’armonia della tua padronanza pagano lo scotto di una linearità che tende al trabocchetto della litania, o peggio monotonia. Ma ho letto troppo poco del testo, e con soggettività non mascherata. Vedrò di stampare, questa è una promessa facile.

  3. cecilia Says:

    evvai! un commento!🙂

    bene, bene…allora:

    a proposito della Yourcenar: ho letto “Memorie di Adriano” solo due mesi fa e “Fuochi” da un mese appena. certo: me ne sono innamorata seduta stante. ma non avevo mai letto niente di questa scrittrice gigante prima di scrivere a modo mio i “Sette a Tebe”… per le tracce di cui parli non so: forse che sono stata la Yourcenar nella mia vita passata? la mia Marguerite del cuore, comunque, è un’altra: la Duras. poi c’è il fatto dell’energia, che a tatro è un vero problema: se non c’è azione il pubblico si addormenta, anche quello che non è venuto a teatro: lo so bene. l’inizio “tenue” (anche come luce/colore) è voluto: scrivendolo avevo in mente un altro inizio simile (quello dell'”Antigone” di Jean Anhouil): una cosa essenzialmente presentativa ma anche abbastanza critica. il MESSAGGERO è un personaggio che torna spesso, e che in un certo senso tiene le fila di tutto (in Anhouil è il cosiddetto CORO, cioè la voce della collettività delle persone che stanno dentro Anhouil). anche la litania e la monotonia di certe parti (penso al PROLOGO e all’EPILOGO) sono volute: nel testo greco oroginale c’è un elemento religioso e rituale che valeva la pena di non cassare del tutto, ci sono dei e dee e preghiere in abbondanza, e la messa in scena di Eschilo batte assai assai assai sulle scene di litania corale (ovvero: paura e panico all’ennesima potenza: ti dico solo che forse uno spettacolo di danza molto molto molto contemporanea avrebbe reso appena bene la cosa). non posso tuttavia negare che il mio è un testo teatrale abbastanza di parola, e che la tua lettura si è bloccata proprio a un passo dai dialoghi veri e propri… ma è già una cosa di cui essere grata.

    per finire, una domanda: come si fa la soggettività non mascherata? io so fare solo la soggettività bella e buona… (sono invece scettica circa l’oggettività bella e buona…)

  4. Stefano Says:

    Salve a tutti,
    arrivo in questa pagina con colpevole ritardo. Ho appena finito la seconda lettura di “7@Tebe”; mi pare si legga d’un fiato, a dispetto della preponderante staticità e della barra di scorrimento verticale (ma il numero delle pagine stanca poi tanto di meno?). Sono rimasto sinceramente colpito dal passaggio di ambientazione che si verifica tra il “Prologo” e i “Messaggi alla città”: quest’idea di una Tebe più che moderna – che per certi aspetti mi ricorda l’Argentina della fine degli Anni Settanta, ma forse è solo una mia sensazione – è coraggiosa e sarebbe da sviluppare.
    Carini i riferimenti all’attualità che fanno capolino con più o meno evidenza – quando si parla di “fumare le ceneri del padre”, il riferimento è a Keith Richards, o ancora il fatto non era noto, e allora è una vera profezia?
    Complimenti all’autrice.🙂
    Per concludere, una nota tra serio e faceto; quando ETEOCLE accarezza il CORO, dice: “Che viso amabile… Sembri una cariatide…” Posto che tutti sappiamo che le cariatidi avevano forma di ragazze bellissime, nel linguaggio quotidiano questa parola è passata a indicare una persona di brutto aspetto, per cui si crea una situazione in cui lui la elogia per la bellezza, ma parte del pubblico può pensare che la schernisca: si tratta di un effetto voluto oppure di una svista?😀

  5. francesco Says:

    ti prego dimmi che sei tu…ma cosa devo fare nel mondo perchè quello che i miei occhi vedono non diventi nulla nel breve lasso che passa ta un battito di ciglio e l’altro…perchè questa macchina che per poco ci appartiene, non diventi troppo in fretta cenere e polvere, perche le mie unghie possano agguantare il tempo e fermarlo in un momento che dicevo felice…
    mah!io ho riconosciuto il tuo stile vediamo se tu riconosci il mio:::

  6. Mike Says:

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