Francesco De Gregori


Iniziativa del collettivo EFIALTE allo scopo di agevolare le operazioni di schedatura degli zingari promosse dal Democratico Governo Italiano.

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
(la kampina è una tenda mobile)
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.

Gli occhi limpidi come un addio dei protagonisti di Khorakhané di Fabrizio de André aprono questa rassegna di Zingari nella musica italiana del Novecento.

Più zingari felici del previsto

Colpirà gli analisti marchiatori che gli zingari possano essere felici. Non ci limitiamo a citare il celebre titolo della canzone di Claudio Lolli Ho visto anche degli zingari felici, anche perché i suddetti zingari lolliani sono felici in grazia di comportamenti profondamente antisociali:

Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra.

Ho visto anche degli zingari felici in piazza Maggiore a ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.

La piccola novità di questa sezione è avere scoperto zingari felici (ancorché illegali e potenzialmente pericolosi) in un testo di Sergio Endrigo degli anni Novanta, Altre emozioni. Qui lo zingaro parla in prima persona (si tratta forse di un interrogatorio in questura

E sono arrivato fin qui,
con questa faccia da naufrago salvato
e questo pigro andare da zingaro felice;
valigie piene di ricordi,
amici persi e ritrovati,
qualche rimorso e pentimento,
senza rimpianti e nostalgie.

La mano della zingara

Francesco de Gregori già nel 1978, con la meravigliosa Due zingari, dettò la grammatica rom dell’amebeo (che avrebbe poi ispirato Anna e Marco di Lucio Dalla):

così disse il ragazzo nella mia vita non ho mai avuto fame
e non ricordo sete di acqua o di vino
ho sempre corso libero, felice come un cane.
Tra la campagna e la periferia e chissà da dove venivano i miei
dalla Sicilia o dall’Ungheria
avevano occhi veloci come il vento leggevano la musica
leggevano la musica nel firmamento

Rispose la ragazza ho tredici anni
trentadue perle nella notte
e se potessi ti sposerei per avere dei figli
con le scarpe rotte
girerebbero questa ed altre città
questa ed altre città a costruire giostre e a vagabondare
ma adesso è tardi anche per chiaccherare.

Ma la vicenda che unisce De Gregori e gli zingari è unita al contrasto per la canzone Prendi questa mano, zingara. Da Zingara di Iva Zanicchi-Bobby Solo (1969) il Professore ha tratto un verso, e ne ha fatto il titolo, ladro e zingaro pur lui, appunto. Per questo la canzone, esclusa dalle ristampe del cd, diventò oggetto di un’appassionata battaglia legale (che evidentemente preludeva all’appassionato dibattito odierno sulla rom-schedatura):

28/07/2007 – – Non fu plagio, solamente semplice citazione. A distanza di ben undici anni dall’inizio della battaglia legale, Francesco De Gregori ha avuto ragione degli autori di “Zingara”, brano presentato al festival di Sanremo del 1969. Gli autori sostenevano che De Gregori avesse copiato dalla loro composizione per la sua “Prendi questa mano zingara” del ྜ i giudici sono stati d’avviso contrario ed hanno stabilito che, visto che l’identità tra i due brani si limita a due righe del solo testo, in sostanza si tratta di citazione e basta.
(Fonte: “QN/Il Giorno”, “Il Messaggero”, “la Repubblica”)

Pericolose contaminazioni

Termina, la rassegna, con un preoccupante segnale di rom-izzazione della canzone italiana. Umberto Tozzi, famigerato cantante di Rodi Garganico, ha pubblicamente espresso il proprio desiderio di diventare uno zingaro. Con le sue parole si chiude momentaneamente questa rassegna – in effetti chi può dire serenamente che uno nato a Rodi Garganico sia privo di ascendenze rom?

in spirito di fedeltà ai

lodevoli intenti schedatori

del Democratico Governo Italiano

Efialte scripsit

Zingaro voglio vivere come te
andare dove mi pare non come me
e quando trovi uno spiazzo nella città
montare la giostra e il disco di un anno fa.

Zingaro senti l’ossido di che sa
attento a non ammalarti di civiltà
tua moglie col parrucchiere è quel che vuoi
la scuola ti prende i figli e non son più tuoi.

Zingaro dente d’oro dell’Ungheria
un piatto dei tuoi fagioli che vuoi che sia
la notte io dormo al fuoco se tocca a me
ma zingaro voglio vivere come te.

Addendum: zingari di Alessan dra

il 30 Luglio in un commento Alessan dra, contributrice efialtica volontaria, segnala la canzone di Dalla che si chiama Il parco della luna e recita:

sono più di trent’anni che al parco delle luna
arriva sonnyboy con il cavallo di legno e la sua donna fortuna,
lo sguardo di ferro e gli occhi neri
puntati nel cielo per capirne i misteri
è nato a Ferrara, anzi lo hanno trovato su un muro
è pieno di segni e i muscoli corrono sulla sua pelle
sonnyboy ha disegnato sulle braccia la mappa delle stelle e di notte va a caccia
con il cavallo , raccoglie chi si è perduto
anch’io da bambino quante volte mi sono perduto
quante volte ho pianto e sono caduto
guardando le stelle ho chiesto di capire, come entrare nel mondo dei grandi senza paura
paura di morire, come uno zingaro buttato sul muro lo sguardo nel cielo, puntato sul futuro.

I riferimenti dall’opera forniti dalla commentatrice Alessan dra permetteranno di scoprire numerosi zingari morti, e di estirparne i sepolcri dalle terre d’Europa (svolgonsi entrambi i drammi in Ispagna).

Che le forze dell’ordine si precipitino sulle tracce di Carmen (qui la trama) e su quelle di Manrico il Trovatore (qui la trama).

Grazie Ale!

Gli aerei stanno al cielo come le navi al mare…

Eredito un dibattito dal thread di un post su forzaelettromotrice.
Se ancora non si capisce cosa sto scrivendo, siete persone normali e simpatiche.

In quel dibattito si discute, fra le altre cose, sul ruolo dei testi nelle canzoni. Le posizioni sono diverse.

Premetto: A me il dibattito sulla canzone interessa molto.

  • Mi interessa perché una meravigliosa forma poetica si chiama canzone, e perché molte forme di poesia antica che leggo erano anticamente cantate, o quasi* (asterisco).
  • Mi interessa poi perché mi trovo a condividere sia la posizione del Sergente che quella di Teste Pensanti, a volte perfino contemporaneamente.
  • Parte dell’interesse mi viene perché penso al teatro. Da Platone in poi il teatro è il luogo delle rappresentazioni impure, riflesse: nel teatro uno che canta non è una canzone, è uno con una propria storia e propri motivi che canta una canzone. Il teatro è l’unico posto in cui «una rosa è una rosa è una rosa» non è vero. Nemmeno la poesia è poesia, a teatro. Figurarsi se la poesia può rimanere poesia riflessa, ripresa, diciamo usata, in una canzone. Ecco, il teatro e la canzone (dove con canzone intendo la musica con parole messa nei dischi, in italiano e no) sono media usativi.

Non so se io abbia una comprensione media, adatta, completa di una canzone di Simon & Garfunkel che si chiama Scarborough Fair; la mia comprensione di quella canzone (di quell’evento, perché la canzone è un evento artistico, non resta nella pagina) è aumentata di molto quando un bel manuale di chitarra folk mi ha spiegato che quella canzone è l’unione di due melodie separate (la seconda si chiama Canticle, se non sbaglio); è poi aumentata in misura e direzione diversa quando ho capito cos’è un cambric shirt e quale risultato importante aveva sortito l’unione di scarborough fair con canticle dal punto di vista del contenuto.

So anche che in realtà i testi sono visti da chi fa musica come un attachment, un’esperienza accessoria rispetto all’avere il motivo, la traccia o idea musicale, o il Quogs (quasi nessuno lo sa, ma quando Beethoven trovava l’idea per una sinfonia girellava smemorato dicendo «Ho il quogs, ho il quogs»).

Il testo della canzone è dunque parte di un’esperienza complessa, per cui il testo di Mellow Yellow con la banana elettrica sta molto bene dov’è, indipendentemente dal fatto che mi chieda se è infantile, allusivo, dadaista o che.

Io, questo volevo dire: che a me piacciono moltissime canzoni italiane, e mi piacciono per i loro testi. Non mi capiterà di dire che «sono poesia», e non perché farei torto alla poesia (chi sia poi la poesia, se Petrarca o Hölderlin o Valduga, … una no win situation, direbbe pulsatilla), ma proprio perché farei torto alla canzone.

* (asterisco) L’epica esametrica attribuita a Omero veniva eseguita in recitativo (una sorta di cantilena accompagnata dal suono di strumenti a corda come ad es. la cetra); la lirica si affidava analogamente a strumenti a corda su cui le poesie erano cantate – la parte della lirica chiamata elegia era invece cantata all’unisono col suono del flauto (un nome del flauto era élegos). La tragedia veniva eseguita con l’ausilio dell’aulo (aulòs), strumento ad ancia, e nel corso della tragedia il pubblico assisteva a canti all’unisono (stasimi) e a momenti in recitativo. Mi pare che la problematica della poesia antica giunta a noi senza la musica che la accompagnava sia strettamente analogo a quello della statuaria antica giunta a noi pressoché priva di colori.

Abbiamo davvero pensato di inserirla, Pezzi, come suono base della mostra.

E De Gregori è citato, in un commento di “altri approdi”:

da «L’aggettivo “mitico”» di Francesco De Gregori
Batte sotto le stelle un nero biondo con le labbra d’acciaio, il suo nome è Cassandra.

Ed è partito da De Gregori un sentiero di ricerca (sempre un commento a Altri Approdi): «dunque, il segno, il senso, la logica innecessaria del senso e la necessità delle parole. Francesco De Gregori lo fa due volte, sullo stesso tema. Nella vecchia Atlantide scrive ditele che la perdono per averla tradita, parole contraddittorie nel senso usuale e reali nel senso psichico. Nella più recente Ti leggo nel pensiero si torna sulle medesime corde (il come si è, il come si vorrebbe essere) e il giro di vento recita: e chiedimi perdono per come sono. Un piccolo nocciolo di surrealismo, la presenza incongrua percepita con la coda dell’occhio. Le cose più vere, come la frase: “Offrire amore è l’unico modo che c’è per non rimanerne privi”. E, ancora, l’idea che nessun contenuto profondo può giungere privo di una forma adeguata».

Questo post ha un sacco di foto e pure un video per festeggiare i 14.000 contatti e il successo dell’inaugurazione della mostra EFIALTE alla Biblioteca Comunale (avete notato il cambio ti template? Ora si vede, l’autore). Cos’è successo, in breve: le lettere le abbiamo rimesse, e sghembro ha documentato lo sfacelo del vento di sabato mattina, la iperpigotta (forse qualcuno sa una canzone di Francesco De Gregori intitolata Ipercarmela?) ha debuttato sul suo filo di nylon e allegro: con borsine, cubetti, luci. La vera notizia è la Clitennestra di Rita Bonomo e Giusy Calia nella nuova versione: strepitosa, con ritmi, moti e personaggi diversi. Purtroppo non esiste ancora in formato utubabile, ma tutto il resto lo potete vedere semplicemente facendo clic qui.