Una versione del Tieste di Seneca scaricata da questo link

TIESTE

Personaggi
L’Ombra di Tantalo
La Furia
Atreo
Un cortigiano
Tieste
Tantalo, figlio di Tieste
Plistene, figlio di Tieste (personaggio muto)
Terzo figlio di Tieste (personaggio muto)
Un messaggero
Coro dei Micenei

(L’Ombra di Tantalo, la Furia)
OMBRA DI TANTALO
Chi mi strappa al regno dei morti dove inseguo, con avida bocca, i cibi che mi sfuggono? Quale dio fa rivedere a Tantalo la reggia che vide per sua maledizione? Si è trovato qualcosa di peggio della sete che mi brucia in mezzo all’acqua, della fame che mi spalanca la bocca? Sta per piombarmi sulle spalle il masso cadente di Sisifo? Mi minaccia la ruota che fa vorticare le membra di Issione? O la pena di Tizio, che da un largo squarcio nutre delle sue viscere gli uccelli neri che gliele strappano e, di notte riacquistando ciò che perde di giorno, offre un pasto sempre lauto a mostri che sempre si succedono? A quale strazio sono destinato? o crudele signore delle ombre, chiunque tu sia, che decreti nuovi supplizi ai dannati, se i supplizi possono farsi più crudeli, trova tu qualcosa che faccia orrore anche al custode del carcere eterno, che incuta terrore anche al tetro Acheronte, della cui paura io stesso debba tremare. Dal mio sangue è nata una razza che supererà la sua ascendenza, farà ch’io sembri un innocente, oserà ciò che non fu mai osato. Se ci sono, nell’empia dimora, posti vuoti, io, io li riempirò. Finché durerà la razza di Pelope, non resterà senza lavoro Minosse.
LA FURIA
Su, scatenali, i tuoi sacrileghi penati, ombra detestabile! Che facciano a gara nei delitti, spada contro spada, a chi tocca. Non ci sia freno all’ira né vergogna, il furore più cieco aizzi gli animi, la rabbia dei padri sl prolunghi e giunga sino ai nipoti la lunga catena dell’infamia. Che nessuno abbia il tempo di prendere in odio i suoi delitti, altri ne sopravvengano a rincalzo, e non uno alla volta, e il crimine, proprio mentre lo si punisce, divenga ancora più grande. Lo scettro cada di mano ai fratelli superbi e si offra a quelli raminghi. Oscilli incerta tra incerti re la fortuna di questa famiglia violenta, il potente si faccia miserabile, il miserabile potente, scuota il regno il capriccio della sorte in una tempesta senza fine. Scacciati per i loro delitti, nei delitti ricadano, se un dio gli ridarà la patria, e siano odiosi a tutti quanto a sé. Cosa non ci sia che appaia alla loro collera proibita. Fratello sia terrore del fratello, padre del figlio, figlio del padre. Sia infame la morte dei figli, ma peggiore sia la loro nascita. La sposa sia minaccia per lo sposo, portino la guerra oltre i mari, scorra il sangue su tutte le terre. Esulti, vittoriosa, la libidine, sui grandi signori delle genti. In questa famiglia senza dio il delitto più lieve sia sedurre la cognata. Muoiano fede, lealtà, diritto. Neanche il cielo resti immune dei vostri misfatti. Perché continuano a brillare le stelle e le loro fiamme conservano al mondo il suo antico splendore? Venga notte profonda, scompaia dal cielo la luce. Sconvolgi i tuoi penati, evoca odi e stragi e funerali, riempi di te tutta la casa, Tantalo. Si adorni il suo alto fastigio, le porte verdeggino liete di alloro, risplenda un fuoco degno del tuo arrivo. Il delitto che fu in Tracia si rinnovi, ma le vittime siano di più. Perché la mano dello zio rimane inerte? Non piange ancora i suoi figli, Tieste: quando dunque li prenderà con sé? Già il fuoco è sotto la caldaia, ecco la schiuma, le membra si distaccano a brandelli. Sangue profani il focolare dello zio, le mense vengano imbandite. Sarai convitato a un delitto che per te non è nuovo. Un giorno di libertà, ti ho concesso, e per questo convito ho sciolto da ogni divieto la tua fame. Rifatti del tuo digiuno! Sotto i tuoi occhi si beva sangue misto a vino. È un banchetto, quello che ho inventato, che farebbe fuggire anche te. Fermati, dove vuoi precipitarti?
OMBRA DI TANTALO
Verso i fiumi e le paludi, verso le acque che mi beffano, verso l’albero carico dei frutti che ingannano le mie labbra. Fa ch’io ritorni nel buio giaciglio del mio carcere, fa ch’io muti sponda se ti sembra che la mia pena sia lieve. Ch’io sia abbandonato nel mezzo del tuo letto, Flegetonte, e assediato da onde di fuoco. Tu, chiunque tu sia, che sei condannato a patire, per l’eterna legge, il castigo, tu che giaci tremebondo sotto una rupe minacciosa e ne temi il subito crollo, tu che stretto in catene tremi alle fauci di famelici leoni, tu che rabbrividisci a una schiera terribile di Furie, tu che già consunto dalle fiamme cerchi di respingere le torce che vengono scagliate su di te, ascolta, ascoltate voi tutti la voce di Tantalo che corre a rifugiarsi tra di voi. Abbiate fede in chi ha provato di persona: le vostre pene tenetevele care. Quando mi sarà dato di fuggire dal mondo dei vivi?
LA FURIA
Sconvolgi prima la tua casa, porta con te la guerra, infondi nei re l’amore scellerato delle armi, scuoti d’un pazzo tumulto il loro cuore selvaggio.
OMBRA DI TANTALO
Ch’io patisca il castigo, è giusto, non che io sia il castigo. Squarciatasi la terra, vengo scagliato, io, come mefitico miasma o come una peste contro i popoli? Trascinerò io, l’avo, i miei nipoti a un misfatto? No, non tacerò, gran padre degli dei e padre mio, mio sì anche se ti ripugna, non tacerò, dovesse venir straziata la mia lingua troppo loquace. Li ammonisco, io, solennemente: non macchiate le vostre mani di sacrilega strage, non contaminate gli altari con delitti degni delle Furie. Tantalo insorgerà, impedirà il misfatto… Perché ti scagli con la sferza contro il mio volto? Perché mi minacci, feroce, con i tuoi serpenti che si attorcono? Perché la risvegli, questa fame che mi sta confitta nel midollo? Brucia il mio petto morso dalla sete, guizza tra le mie viscere riarse una fiamma. Eccomi, ti seguo.
LA FURIA
Questo furore, spandilo per tutta la casa, questo furore. Così, così ne siano travolti e, nell’odio, l’uno dell’altro abbia sete di sangue. Ha sentito la tua presenza, questa casa, ed ha tremato al tuo esecrabile contatto. Basta, dunque. Ritorna agli abissi infernali, al fiume che conosci. Insofferente, la terra non lo sopporta più, il tuo piede. Non lo vedi che l’acqua abbandona il suo corso e si rivolge indietro? che si prosciugano le rive? che un vento infuocato porta via quelle poche nuvole? Si fa giallo ogni albero, i rami si drizzano nudi perché cadono i frutti, e l’esile striscia tra i mari, l’istmo che ai due lati fremeva sotto la spinta dei marosi, ora a stento ne avverte l’eco che giunge da lontano. Già la palude di Lerna si è ritratta, le acque del Foroneo sono scomparse, il sacro Alfeo più non spinge i suoi flutti, i gioghi del Citerone si levano senza una macchia di neve. Hanno paura, i nobili Argivi, dell’antica sete. Ecco che il Sole esita se debba o non debba ordinare al morente giorno di seguirlo costringendolo con le redini a procedere.

CORO
Se uno c’è, tra gli dèi, che ami Argo in Acaia, e Pisa famosa dei suoi carri, e il regno di Corinto col suo duplice porto e i mari divisi dall’Istmo; se un dio esiste che le ami, le candide nevi del Taigeto nella stagione più fredda le ammucchia sui gioghi più alti il vento dalla Sarmazia, le scioglie l’estate con le brezze che tendono le vele delle navi;
se uno c’è, tra gli dèi, cui sia caro il lucido Alfeo dalle gelide acque, celebre per lo stadio olimpico;
se mai esisti, dio, volgi su noi benevolo la tua divinità. Impediscilo, dio, che riprenda l’alterna vicenda dei misfatti, fa che all’avo non succeda erede peggiore, che non siano care ai minori le colpe maggiori. Finalmente stanca, abbandoni i suoi selvaggi impulsi la sacrilega progenie di quel Tantalo che la sete tormenta. Delitti, ne hanno compiuti a sufficienza. A nulla la legge divina è valsa e neanche la misura ordinaria del male. Tradito cadde Mirtilo, che aveva ingannato il suo signore: travolto dalla stessa slealtà che aveva osato, rese celebre il mare cedendogli il suo nome. Leggenda più nota non esiste per le navi dello Ionio.
Fu accolto da una spada crudele il bambino che correva a baciare il padre: vittima immatura, Pelope cadde sui focolare, e tu lo squartasti, Tantalo, con la tua stessa mano, per preparare il banchetto agli dèi che avevi invitato. Fame eterna, eterna sete perseguita quel banchetto. Pena più giusta non può darsi per quel pasto feroce. Tantalo è là, sfinito ma in piedi, a bocca secca. Sopra la sua testa scellerata sta cibo abbondante che gli sfugge rapido più delle Arpie che perseguitano Fineo. Della sua bocca spalancata si fa gioco un albero che si piega da un lato e dall’altro, oscillando con i suoi rami carichi, piegato dal peso dei suoi frutti. Troppe volte deluso, Tantalo non cerca più di afferrarli, malgrado l’inedia e l’impazienza, ma volge gli occhi, serra le labbra, tiene stretta tra i denti la sua fame. Ma ecco che la selva gli accosta, sempre più presso, i suoi tesori, frutti dolcissimi appaiono su tenere foglie, eccitano la fame che costringe le mani a protendersi, invano!, poi che appena, cedendo all’inganno, le stende, tutta quella stagione di frutti, con tutto il suo mobile fogliame, scatta via verso l’alto. Lo prende poi una sete non meno crudele. Appena il sangue gli si accende e brucia di torce di fuoco, lo sventurato si erge cercando, le labbra protese, acque che sembrano offrirsi, ma già è lontano, il liquido sfuggente, si dissecca in arido letto, s’invola mentre cerca di raggiungerlo. Dalla corrente rapida Tantalo beve densa polvere.

(Atreo, cortigiano)
ATREO
Codardo Atreo, fiacco, senza nervi… Peggio ancora per un sovrano, quando è in gioco il potere: invendicato Atreo… Dopo tanti delitti, dopo il tradimento di tuo fratello, dopo che ogni legge è stata infranta, ti sfoghi in lamenti vani, irato Atreo? Il mondo intero doveva tremare dinanzi alle tue armi, l’uno e l’altro mare coprirsi delle tue flotte. Dovevano risplendere d’incendi, campi e città, e spade sguainate lampeggiare dovunque. Orsù, la terra di Argo, tutta intera, risuoni del galoppo dei miei cavalieri. Il mio nemico, non lo nasconda foresta né rocca annidata sui monti. Canti gli inni di guerra il popolo tutto, uscendo da Micene. Muoia di morte funesta chiunque lo nasconda o lo protegga, quell’essere odioso. Si abbatta pure su di me, purché anche su mio fratello, questa potente reggia che fu del nobile Pelope. Avanti, anima mia, fa cosa che nessuno dei posteri approvi ma che nessuno ne taccia. Bisogna osare un misfatto cosi atroce e sanguinoso che mio fratello rimpianga di non averlo osato lui. Non lo vendichi, un delitto, se non lo superi. Ma può esservi delitto tanto spietato da superare il suo? Forse che lui si dà per vinto? Forse che conosce, lui, misura nella fortuna, calma nella disgrazia? La so bene, io, la natura ribelle di quell’uomo. Non può essere piegato. Spezzato sì, può esserlo. Perciò, prima che si riprenda e prepari le armi, debbo dargli addosso all’improvviso se non voglio che mi prenda alla sprovvista. Mi ucciderà oppure morirà. Il delitto è qui in mezzo, tra noi due, per chi ci arriva per primo.
CORTIGIANO
Non ti allarma il giudizio ostile del tuo popolo?
ATREO
Gran vantaggio del trono è che il popolo è costretto a sopportare, anzi lodare gli atti del suo re.
CORTIGIANO
Li costringe a lodarti la paura, ma te li fa nemici. Chi vuole la gloria di un sincero favore popolare, alle grida di plauso preferisce un consenso silenzioso.
ATREO
Lode sincera anche l’uomo modesto la riceve spesso; il potente soltanto quella falsa. Ciò che il popolo non vuole, dovrà volerlo per forza.
CORTIGIANO
Il re sia per la giustizia e tutti saranno per il re.
ATREO
Dove al re è lecito soltanto il giusto, il regno è effimero.
CORTIGIANO
Effimero quando manca il ritegno, l’amor di giustizia, la purezza, lealtà, buona fede.
ATREO
Sono virtù buone per il popolo, quelle. Segua il re la via che gli è più cara.
CORTIGIANO
Ricordati che colpire un fratello, anche malvagio, è nefando.
ATREO
Ciò che contro un fratello è nefando, è lecito contro di lui. C’è cosa, forse, che abbia lasciato pura? Dove mai si è astenuto da una colpa? La mia sposa, me l’ha sottratta con l’adulterio, il mio regno con un furto. Ha messo le mani con la frode sull’antico emblema del regno, con la frode ha sconvolto la mia casa. Nelle grandi stalle di Pelope vi è un nobile capo, un ariete arcano, che guida un gregge opulento. Da tutto il suo corpo discende un vello dorato, da cui traggono l’oro per lo scettro, nell’ascendere al trono, i discendenti di Tantalo. Chi ha l’ariete ha il regno. La fortuna di tutta la famiglia dipende da lui. Quest’animale sacro bruca prati sicuri in un luogo isolato, chiuso da grandi pietre che circondano il pascolo fatale. Con la complicità della mia consorte, ha osato il grande crimine, quel perfido, e ha rapito l’ariete. Da qui la catena di sventure che ci siamo inflitte l’un l’altro. Andai esule, io, per il mio regno, oppresso dalla paura. Nessun bene della mia stirpe è al sicuro dalle insidie di Tieste: la mia sposa è stata sedotta, la fedeltà dei sudditi incrinata, appestata la reggia. La mia stessa discendenza è dubbia! Di certo per me c’è solo questo, che mio fratello è il mio nemico. E tu rimani inerte, Atreo? Muoviti infine, abbi coraggio. Ricordati di Tantalo e di Pelope! A questi esempi sono sfidate le mie mani. Parla, tu: con quale mezzo posso abbatterla, quella bestia selvaggia?
CORTIGIANO
Trafitto da una spada, spunti il suo animo perverso.
ATREO
Tu parli dell’ultimo istante del castigo. È il castigo che cerco. Clemente è il tiranno che fa morire. Nel mio regno la morte è una grazia, e la si invoca.
CORTIGIANO
Non conosci pietà?
ATREO
Vattene, Pietà, se mai sei stata in questa casa. Venga invece la turba delle Furie, venga Erinni che semina zizzania e megera che agita due torce. No, il mio cuore non brucia ancora di un’ira suprema. Un mostro più grande deve riempire il mio petto.
CORTIGIANO
Che cosa stai preparando nella tua collera?
ATREO
Non cosa che stia nella misura di uno sdegno qualunque. Nessun delitto trascuro e nessuno mi basta.
CORTIGIANO
Il ferro.
ATREO
È poco.
CORTIGIANO
E le fiamme?
ATREO
Sempre poco.
CORTIGIANO
Di quale arma può servirsi un odio così grande?
ATREO
Soltanto di Tieste.
CORTIGIANO
Questo male è più grande dell’odio.
ATREO
Sì, lo confesso. Un tumulto fa attonito il mio petto, lo sconvolge. Sono travolto, non so dove, ma travolto. La terra muggisce dal profondo, tuona il giorno sereno, scricchiola la reggia quasi percossa in ogni pietra. I Lari, sconvolti, hanno girato la faccia. Avvenga, avvenga il misfatto che vi fa paura, dèi.
CORTIGIANO
Ma infine, cosa stai preparando?
ATREO
Qualcosa, non so, di più grande e sfrenato di un sentimento umano, qualcosa che sorpassa ogni misura si gonfia dentro di me e spinge le mie pigre mani. No, non so cos’è, ma certo qualcosa di estremo. Così sia. Falla tua, quest’idea, anima mia. Degno di Tieste e di Atreo è un delitto che sia opera di entrambi. La casa di Tereo, re di Tracia, ha conosciuto un banchetto nefando. Sì, è un delitto enorme, lo confesso, ma è stato già fatto. Il mio odio deve inventare qualcosa di peggio. Ispiratemi voi due, madre e sorella della Daulide, Procne e Filomela. La mia causa è simile alla vostra. Aiutatemi, dunque, guidatemi la mano. Tra risate e bagordi il padre faccia a brani i suoi figli e divori la sua stessa carne. Bene, questo è più che sufficiente. Mi piace questo modo di punirlo, intanto. Dov’è? Perché Atreo continua a rimanere innocente? La visione della strage mi balena già dinanzi agli occhi, tutta intera: sì, la bocca del padre inghiotte la carne dei figli… Anima mia, perché la paura ti riprende? Perché ti fermi sulla soglia dell’azione? Avanti, bisogna osare. Ciò che è più criminoso, in questo crimine, lo farà lui, Tieste.
CORTIGIANO
Ma quale inganno gli farà mettere il piede nella trappola? Vede nemici dappertutto.
ATREO
Se non volesse ingannare, non potrebbe essere ingannato. Ora coltiva la speranza di ottenere il mio regno. Per questa speranza affronterebbe Giove mentre sta per scagliare la sua folgore, sfiderebbe le minacce del mare in tempesta, per questa speranza, si spingerebbe tra i flutti della Sirti. Per questa speranza verrà, e per me è la cosa più mostruosa, a rivedere suo fratello.
CORTIGIANO
La fiducia nella riconciliazione, chi gliela darà? A chi presterà fede per una cosa simile?
ATREO
È credula la speranza scellerata. Tuttavia saranno i miei figli, Agamennone e Menelao, a portare il mio messaggio allo zio: non sarai più esule e ramingo, muterai la miseria col trono, reggerai Argo insieme al fratello… Se Tieste, troppo incallito, disprezzerà le mie offerte, ebbene, convinceranno i suoi figli, che sono inesperti, stanchi di tante sventure, quindi facili a essere ingannati. Da un lato l’antica sete di potere, dall’altro la triste miseria e la dura fatica finiranno per vincerlo, quell’uomo, benché temprato da tante disgrazie.
CORTIGIANO
Le disgrazie, col tempo, gli sono diventate leggere.
ATREO
Sbagli. Cresce, col tempo, il sentimento dell’infelicità. Sopportare le miserie è facile, sopportarle a lungo difficile.
CORTIGIANO
Scegli altri strumenti per il tuo triste disegno. I giovani prestano orecchio ai cattivi consigli. Ciò che gli insegni contro lo zio, lo faranno contro il padre. Spesso il delitto si ritorce contro chi l’ha insegnato.
ATREO
Anche se nessuno gliela insegnasse, la via dell’inganno e del delitto, ci penserebbe il potere. Temi che divengano malvagi? Nascono malvagi. Ciò che chiami atroce e crudele, che reputi barbaro e sacrilego, forse lo si trama anche laggiù.
CORTIGIANO
Lo sapranno, i tuoi figli, che si ordisce questa frode?
ATREO
Anni così inesperti non sanno tenere un segreto. Forse riveleranno il raggiro. A tacere s’impara dai duri colpi della vita.
CORTIGIANO
Ingannerai coloro con cui pensi di ingannare?
ATREO
Così non avranno colpa. È necessario, forse, che i miei figli siano coinvolti nel mio crimine? L’odio di Atreo si sfogherà attraverso Atreo. No, così non va, anima mia. Ti stai facendo indietro. Se hai pietà dei tuoi, avrai pietà anche di loro. Che Agamennone sia strumento cosciente del mio piano, che Menelao, cosciente, dia mano al fratello. Questo delitto potrà darmi la prova se sono davvero miei figli. Se non vogliono battersi, se rifiutano di servire il mio odio, se invocano lo zio, allora e il padre. Andiamo… No, un viso turbato può rivelare troppe cose. Un piano così mostruoso può tradire anche chi non vuole. Non debbono saperlo, di cosa sono strumento. Tu tieni nascosti i miei disegni.
CORTIGIANO
Non c’è bisogno di insegnarmelo. Tutto sarà sepolto nel mio petto dalla fedeltà e dal timore. No, soprattutto dalla fedeltà.

CORO
Finalmente la nobile famiglia, stirpe di Inaco l’antico, ha sepolto gli odi fratricidi. Cos’è questo furore che vi spinge a versare sangue fraterno? a contendervi il trono, col delitto? Non lo sapete voi, che spasimate per il trono, in che consiste la regalità? No, non sono i tesori che fanno un re, non è la veste di porpora, non la corona sul capo, non le porte scintillanti d’oro. È re chi ha scacciato ogni paura e ogni vizio che corrompe l’animo, chi l’ambizione non morde o l’incostante favore del volgo incostante, o tutto ciò che l’occidente trae dalle viscere del suolo o l’aurifero Tago trascina nel suo fulgido letto, o tutte le messi che si trebbiano sulle aie ardenti della Libia. Non lo scuote, un re, il segno serpeggiante della folgore in cielo, non l’Euro che sconvolge il mare, non il rabbioso gonfiarsi in onde crudeli dell’Adriatico ventoso. Non lancia di soldato può piegarlo e non spada snudata, poi che sicuro nella rocca del suo animo guarda dall’alto le cose, e sereno si offre al suo destino, e di morire non si duole.
Si uniscano contro di lui i re che guidano i nomadi Dai e quelli che tengono le spiagge del mar Rosso e il vasto mare sanguigno dalle lucide gemme, o quelli che schiudono i gioghi del Caucaso ai coraggiosi Sarmati. Gli muova pur guerra il temerario che guada a piedi il Danubio, lo combattano pure, ovunque sia la loro terra, i Cinesi per i loro tessuti famosi. L’animo saggio rimane padrone del suo regno.
Cavalli non gli servono, non armi, non le frecce leggere che da lungi, simulando la fuga, scoccano i Parti; non gli preme di abbattere le città assediate con ordigni che scagliano massi.
È re colui che nulla teme, che non desidera nulla: ciascuno se lo può conquistare, questo regno.
Salga pure orgoglioso, chi vuole, sull’infido trono, nella reggia; io, io voglio rifugiarmi in un angolo oscuro, e soave quiete mi pervada, io voglio godere di un dolce riposo, e scorra in silenzio la mia vita, ignota alla folla.
E così, trascorsi senza strepito i miei giorni, ch’io muoia plebeo ma vecchio. Minacciosa la morte si protende su colui che troppo noto al mondo muore a se stesso ignoto.

(Tieste, i suoi figli Tantalo e Plistene)
TIESTE
O ricchezze di Argo, o sospirati tetti della patria, felicità suprema ai miseri ed agli esuli, io vi rivedo, e te, lembo della mia terra natale. Gli dèi rivedo dei miei padri, se mai esistono gli dèi. E le sacre torri dei Ciclopi, gloria di un’impresa sovrumana, e lo stadio che i giovani gremivano. Là nobilmente ottenni, e non solo una volta, la vittoria sul cocchio di mio padre. Tutta Argo mi verrà incontro, verrà il popolo tutto, ma anche Atreo… No, riprendi la fuga tra foreste e borri inaccessibili, è meglio la vita tra le belve, simile a quella delle belve. Il fulgore del trono non inganni, con la sua luce fallace, i tuoi occhi. Se guardi un dono, guarda anche chi lo dona. Ho vissuto da forte, serenamente, sinora, tra cose che tutti ritengono selvagge. E ora, invece, eccomi nella paura. S’arresta, il mio animo, anzi spinge indietro il mio corpo. Muovo i miei passi controvoglia.
TANTALO
Cos’è questo? È smarrito, mio padre, si ferma, gira indietro lo sguardo, si rivela incerto.
TIESTE
Perché sei indecisa, anima mia? Perché vai tormentando una decisione così facile? Delle cose più incerte, tuo fratello e il potere, ti fidi, ed hai paura dei mali già vinti e placati? Gli affanni che vuoi fuggire non ti han dato vantaggi? È bello essere povero, lo sai. Ritorna indietro, sin che puoi, e strappati di qui.
TANTALO
Quale ragione ti induce, padre, a ritrarre i tuoi passi dalla patria non appena la scorgi? Perché vuoi privarti dei beni che ti aspettano? Abbandonata l’ira, tuo fratello ritorna a te, ti offre la tua parte del potere e ricompone le membra della famiglia lacerata. Ti restituisce a te stesso.
TIESTE
Perché temi, mi chiedi. La causa non la so. Non vedo ragioni di timore, tuttavia temo. Vorrei andare avanti ma le forze mi vengono meno alle ginocchia. Vorrei procedere in un senso ma sono trascinato in un altro. Così la nave, che è spinta dal remo e dalla vela, è respinta dalla corrente più forte del remo e della vela.
TANTALO
Vincile, queste resistenze, queste esitazioni. Pensa al premio che attende il tuo ritorno. Puoi regnare, padre.
TIESTE
Sì, poi che posso morire.
TANTALO
È il potere supremo.
TIESTE
Non è nulla, se non desideri nulla.
TANTALO
Lo lascerai ai tuoi figli.
TIESTE
Non si può dividerlo, il potere.
TANTALO
Come può preferire la miseria chi può avere la felicità?
TIESTE
La grandezza, devi credermi, ci seduce con la falsità delle parole, la povertà è temuta ingiustamente. Quand’ero potente, il mio timore non aveva un attimo di tregua. Anche della spada che mi pendeva al fianco avevo paura. Oh quant’è bello non far ombra a nessuno, nutrirsi di cibi non infidi, sdraiati sulla nuda terra. Non entrano, nelle capanne, i delitti, è sicuro il cibo che si mangia in una povera mensa. È nelle coppe d’oro che si beve veleno. Parlo di cose che conosco, io. Sì, è meglio preferire la sorte cattiva a quella buona. L’umile borgo non teme la reggia che domina dall’alto della vetta. Non ho alti soffitti fulgenti d’avorio, io, ma non ho bisogno di una guardia che vegli sul mio sonno. Non vado a pescare con la flotta, non spingo indietro il mare lanciandovi dighe. Non rimpinzo un insaziabile ventre con i tributi dei popoli. Non si miete, per me, in contrade più lontane dei Geti e dei Parti. Non vengo onorato con l’incenso né si adornano altari per me invece che per Giove. Non stormiscono sulle mie terrazze pensili foreste, né fumano bacini riscaldati da migliaia di mani. Il mio giorno non è per il sonno né la mia notte per Bacco l’insonne. Però non ho paura, la mia casa è sicura senz’armi, grande pace si offre alla piccola cosa che io sono. Il regno più grande è poter fare a meno del regno.
TANTALO
Il potere, se un dio te lo offre, non devi rifiutarlo. E nemmeno desiderarlo. Tuo fratello ti prega di regnare.
TIESTE
Mi prega? C’è da temere. Qui sotto c’è un inganno.
TANTALO
L’affetto ritorna, prima o poi, donde era stato scacciato, il giusto amore riacquista le sue forze.
TIESTE
Mio fratello ama Tieste? È più facile che l’oceano spruzzi le stelle dell’Orsa, che si fermino le rapaci correnti del mar di Sicilia, che maturino messi sullo Ionio, che notte profonda dia luce alla terra. È più facile che l’acqua col fuoco, il vento col mare, la morte con la vita si giurino pace e fedeltà.
TANTALO
Ma tu di quale inganno hai paura?
TIESTE
Di tutti. Che limite posso dare al mio timore? Atreo ha tanto potere quanto odio.
TANTALO
Che cosa può farti?
TIESTE
Non temo più nulla, per me. È per voi che debbo stare in guardia.
TANTALO
Stai in guardia e hai paura di essere ingannato?
TIESTE
Quando ci sei dentro, nel pericolo, è tardi per essere prudente. Andiamo. Come padre però vi avverto di una cosa: vi seguo, non vi guido, io.
TANTALO
Pensieri così prudenti, ne terrà conto un dio. Avanti senza paura.

(Atreo, Tieste, figli di Tieste)
ATREO
La belva è caduta nella rete che le ho tesa. Lo vedo, sì, e con lui vedo la sua infame discendenza. Il mio odio è al sicuro. Finalmente cade nelle mie mani, Tieste, e ci cade al completo. Ah, domino a stento il mio cuore, il mio odio quasi non ha freno. Quando è sulle tracce delle belve il cane umbro da fiuto, tenuto a un lungo guinzaglio, annusa le orme a muso basso, esplora ogni luogo, obbedisce senza un latrato, sinché sente che è lontano, il cinghiale; non appena la preda è vicina, strattona il collare, con guaiti invoca il padrone che indugia, vuol strapparsi alla stretta. E così, quando fiuta il sangue, l’odio non sa più nascondersi, e tuttavia deve nascondersi. Guardalo! Ah come è triste la sua faccia. Squallida è. Gliela copre una chioma pesante, la barba scende incolta. Ora debbo rassicurarlo…Che gioia rivedere mio fratello! Rendimi l’abbraccio, è tanto che lo aspetto. Via ogni rancore che c’è stato tra noi! Sia venerato, da oggi, il nostro legame di sangue e di amore. Cada dal nostro cuore l’odio maledetto.
TIESTE
Se tu non fossi tanto generoso, io potrei respingere ogni accusa. Invece no, Atreo: io confesso, sì confesso di aver compiuto tutto ciò che mi hai attribuito. L’affetto che oggi mi dimostri disarma ogni mia ragione. È colpevole, certo, chi colpevole appare ad un fratello buono come te. Non posso affidarmi che alle lacrime. Tu, primo e solo, mi vedi supplicare. Ecco, ti pregano queste mie mani che mai hanno sfiorato le ginocchia di alcuno. Sia deposto ogni rancore, si allontani per sempre l’orgoglio dal nostro cuore. Accoglili, fratello, questi innocenti come pegno della mia lealtà.
ATREO
Toglila, la tua mano dalle mie ginocchia, e stringimi invece tra le braccia. Anche voi, giovani, qui sul mio petto! Sarete il sostegno di noi vecchi. Via questi stracci che hai addosso, i miei occhi non li sopportano, indossa una veste adorna come la mia. Accetta con animo lieto la tua parte del regno fraterno. Rendere al fratello sano e salvo il rango che fu di nostro padre, ecco il vanto più bello, per me. Avere il regno, è un caso; donarlo è virtù.
TIESTE
Gli dèi ti diano, fratello, un premio che sia degno dei tuoi meriti, che sono grandi. Una corona regale, la mia miseria non può accettarla. La mia mano funesta rifugge dallo scettro. Lascia ch’io viva nascosto tra gente comune.
ATREO
C’è posto per due, in questo regno.
TIESTE
Tutto ciò che è tuo, fratello, è come se fosse mio.
ATREO
Chi può rifiutare i doni che Fortuna gli presenta?
TIESTE
Chi sa che facilmente li riprende.
ATREO
Così impedisci a tuo fratello di conquistarsi un titolo di gloria.
TIESTE
La tua gloria ora è perfetta. Resta la mia. È mio fermo volere rifiutare il trono.
ATREO
Rinuncerò alla mia parte se rifiuti la tua.
TIESTE
Accetto. Il titolo di re, che mi hai imposto, io lo porterò, ma i miei diritti e le mie armi, e io con loro, saranno al tuo servizio.
ATREO
Cingile, queste bende regali che pongo sul tuo nobile capo. Io sacrificherò agli dèi le vittime che ho loro destinato.

CORO
Chi l’avrebbe creduto? Quel feroce, acerbo, truculento Atreo, che non sapeva vincere il suo cuore, attonito è rimasto alla vista di suo fratello. Forza più grande non esiste di un affetto sincero. Verso i nemici esterni l’odio dura in eterno, l’amore vero che congiunge tornerà a congiungere ancora. Sì, eccitata da gravi ragioni l’ira ha rotto la pace e proclamato la guerra, sì, le truppe a cavallo fan rumore di briglie, lampeggia la spada qui e là in pugno a Marte furioso, di fresco sangue assetato, che l’affonda in rapidi colpi; ma ecco, ecco che Pietà fa cadere le armi, ecco che spinge alla pace, congiunte loro le mani, i più ribelli alla tregua. Quale dio ha fatto, di un cozzo tanto violento, questa súbita pace? Armi di guerra fratricida, solo un attimo fa, risuonavano in tutta Micene. Pallida la madre stringeva il figlio al seno, trepidava la sposa per il marito in armi, mentre la spada, dalla dolce pace arrugginita, seguiva la mano riluttando. Chi restaurava mura vacillanti, chi torri corrose dal tempo; si sforzava altri di fissare la porta con sbarre di ferro. Tra i merli, pallida nella notte ansiosa, vegliava la sentinella. Oh quanto è peggio della guerra la paura della guerra! Ma ora siete cadute, minacce del ferro crudele, già ti sei taciuto, cupo clangore delle trombe, stridore acuto dei segnali. Solenne la pace è ridiscesa sulla città che ritorna serena.
Dal profondo quando si gonfiano i flutti, poi che il maestrale sferza il mare dei Bruzi, rimbomba Scilla nei suoi antri percossi. I marinai, pur al riparo nel porto, temono il mare che Cariddi inghiotte e rivomita, insaziabile. Lo stesso Ciclope che vive, selvaggio, sulle rocce brucianti dell’Etna, di suo padre ha terrore, che non voglia, Nettuno, sommergere e spegnere con l’acqua il fuoco rombante nelle eterne fucine. Si chiede il misero Laerte, mentre Itaca trema, se verrà sommerso il suo regno. Se cade la furia del vento, ecco che il mare si stende più calmo di un lago. Quel profondo che la nave temeva di solcare, s’apre alla corsa gioiosa delle barche, punteggiato di vele spiegate. Guarda, li puoi contare, là, i pesci che guizzano sul fondo, e solo un attimo prima le Cicladi tremavano sotto il mare in tempesta.
Non vi è stato durevole, si alternano
il dolore e il piacere;
il piacere è più breve.
Incostante l’attimo rivolge
la miseria in grandezza,
la grandezza in miseria. Tu che porti
la corona sul capo, se ai tuoi piedi
tremano i popoli in ginocchio,
se al tuo cenno depongono le armi
i Medi, gli Indi più vicini al Sole
e quei Dai che minacciano
i Parti coi loro cavalieri,
pure con ansia tu reggi lo scettro,
e li vai spiando, e li temi
i capricci del caso
e il corso, sempre incerto, degli eventi.
E tu, cui il signore
della terra e del mare ha concesso
il diritto supremo
di vita e di morte,
lascialo, quel volto superbo,
quel tuo gesto arrogante.
Ciò che teme l’umile da te,
a te sarà minacciato
da un signore più grande.
Ogni dominio è soggetto
ad un dominio più forte.
L’alba ti vede superbo,
ti vede umiliato il tramonto.
Nessuno troppo confidi
nella fortuna, nessuno
nella sventura disperi
di una sorte migliore.
Mescola la fortuna e la sventura
e impedisce, Cloto, che il destino
arresti la sua corsa, poi che al fato
è dato girare senza sosta.
Dèi così benevoli, nessuno
li ha mai avuti da potersi
promettere il domani. Un dio vi getta,
povere cose umane,
in un turbine rapinoso.

(Messaggero, coro)
MESSAGGERO
Non c’è un turbine che mi porti via? che mi avvolga in nube così nera da nascondere ai miei occhi quel misfatto? Di te, casa, debbono vergognarsi anche Pelope e Tantalo.
CORO
Che notizie ci porti?
MESSAGGERO
Questa, che terra è? È Argo? È Sparta che ebbe in sorte Castore e Polluce, i due fratelli inseparabili? Corinto che spinge l’Istmo tra i due mari? Oppure l’Istro che s’apre alle incursioni degli Alani selvaggi? O la terra ircana dalle nevi eterne? O quella dei nomadi Sciti? Che luogo è questo, complice di un delitto tanto mostruoso?
CORO
Parla! Rivela questa sventura, quale che sia.
MESSAGGERO
Se ne avrò il coraggio. Se il mio corpo, gelato dalla paura, riprenderà i suoi sensi. C’è impressa, nei miei occhi, la visione di un fatto atroce. Portami via, tempo di tempesta, lontano, portami dove è portato il Sole rapito di qui.
CORO
Tu ci lasci troppo nell’incertezza. Avanti, parla: cosa ti fa inorridire? Denuncia il colpevole. Non ti chiedo chi è, ma chi dei due. Presto, parla!
MESSAGGERO
Nella parte più elevata della cittadella di Pelope vi è un corpo di fabbricato volto a mezzogiorno, il cui lato estremo, alto come una montagna, incombe sulla città e tiene sott’occhio il popolo riottoso ai suoi sovrani. Là c’è, splendente, una grande sala che può ospitare una folla. Le sue travi dorate sono rette da nobili colonne variopinte. Dietro questa sala, che è nota a tutti poi che il popolo vi ha accesso, la sontuosa dimora si divide in numerosi ambienti. La parte segreta si trova nel recesso più basso, che contiene, in una valle profonda, un bosco vetusto. È il santuario del regno, dove gli alberi non offrono rami allietati dai frutti né sono potati dal ferro, ma il tasso vi ondeggia, e il cipresso, e una selva oscura di elci, su cui spicca una quercia che tutto sovrasta. Vengono qui, i discendenti di Tantalo, a trarre auspici per il loro regno, qui a chiedere aiuto nel momento del dubbio o del pericolo. Doni votivi vi sono appesi, trombe squillanti, frammenti del cocchio che il mar Mirtoo ha restituito. Vi pendono le ruote che furono vinte col sabotaggio del loro asse, e ogni altro trofeo dei crimini di questa famiglia. La tiara frigia di Pelope è qui, e il bottino di guerra, e la clamide dipinta del trionfo sui barbari. Sgorga pigra, nell’ombra, una triste sorgente che ristagna in nera palude, simile all’onda ripugnante dello Stige sulla quale giurano gli dèi. Si dice che qui, nella cecità della notte, gemono gli dèi della morte, e gli spiriti urlano, e il bosco risuona di uno stridore di catene. Tutto ciò che, a nominarlo, fa paura, qui lo si incontra: uscita da antichi sepolcri si aggira una folla di defunti, qui, emergono improvvisi mostri più grandi del pensabile. No, non basta, fiamme guizzano per tutta la foresta, e gli alberi più grandi bruciano senza fuoco. Rimbomba spesso, la selva, di un triplice latrato, spesso la dimora si fa attonita alla vista di fantasmi smisurati. Né il giorno dissolve la paura. La notte, questo luogo, ce l’ha in sé, e anche nel pieno del giorno vi regna l’angoscioso terrore dei defunti. Qui si danno, a chi prega, responsi sicuri, con immenso rumore erompono i destini dal profondo, e la foresta è percossa dalla voce divina che dilaga.
Ecco, sta entrando Atreo come una furia, e trascina i figli del fratello. Gli altari vengono addobbati… Chi può narrare degnamente i fatti? Quei giovani, Atreo gli lega le mani sul dorso e orna con bende di porpora le loro fronti dolorose. E l’incenso non manca, non manca il liquore sacro a Bacco né il coltello che tocca, col farro rituale, le vittime.
Tutto, nel rito, è rispettato, perché un delitto così grande non sia irritualmente compiuto.
CORO
Il coltello, chi lo stringe in pugno?
MESSAGGERO
Lui è il sacerdote, lui canta con la sua voce selvaggia, in sacrilega preghiera, l’inno funebre. È lui che si erge dinanzi all’altare, lui che tasta le vittime, le sposta e le avvicina al coltello. Bada a tutto, lui, che nel sacrificio non si trascuri nulla. Il bosco ha un fremito, la terra trema, oscilla tutta la reggia incerta dove inclinarsi. Dalla sinistra del cielo trascorre una stella che lascia un solco sinistro; cola mutato in sangue il vino libato sulle fiamme, la corona regale cade due, tre volte; nel tempio l’avorio piange lacrime. Colpiscono tutti, quei prodigi, solo Atreo, impassibile, resta padrone di sé. È lui che atterrisce gli dèi che lo minacciano.
Ecco, non indugia più. Raggiunge d’un balzo l’altare ed è bieco, torvo, il suo sguardo. Come esita tra due giovenchi, dell’una e dell’altra preda cupida, una tigre affamata nelle foreste del Gange, incerta su quale avventare per prima i suoi morsi, e volge dall’uno all’altro le sue fauci tenendo in sospeso la sua fame, così l’implacabile Atreo va contemplando le vittime che ha votato al suo sacrilego furore. Quale uccidere per prima, si chiede, quale immolare per seconda. No, non importa nulla, questo, ma lui esita come se volesse conferire un ordine al suo crimine.
CORO
Ma chi colpisce per primo?
MESSAGGERO
La prima offerta (no, non devi mancare, filiale pietà) è dedicata all’avo. Tantalo è la prima vittima.
CORO
Con che animo, con che volto il giovane ha affrontato la morte?
MESSAGGERO
Diritto, sicuro di sé, sdegnoso di vane preghiere. Ma quel selvaggio fa sparire la spada dentro la ferita, e spinge, spinge finché arriva alla gola con il pugno. Estratto il ferro, il cadavere resta in piedi, a lungo incerto se cadere da una parte o dall’altra. Piomba infine sullo zio. E allora lui, spietato, trascina Plistene all’altare, vicino al fratello. Colpisce, gli mozza la testa. Il tronco cade bocconi, la testa rotola e geme un sommesso lamento.
CORO
E dopo, dopo il doppio assassinio, che cosa fa Atreo? Ha pietà del bambino? O somma delitto a delitto?
MESSAGGERO
Come il leone crinuto nella foresta armena incombe vittorioso sul gregge dopo la strage, madide di sangue le fauci, e benché sazio non lascia la sua furia e assale questo toro e quello e pigro minaccia i vitelli con i suoi denti ormai stanchi, così, così Atreo incrudelisce, gonfio d’ira, brandendo la spada lorda del duplice omicidio. Dimentica su chi si accanisca e ne trafigge, con la sua mano scellerata, il corpo… e subito la spada, entrata nel petto, esce da tergo. Cade, il fanciullo, e muore per la doppia ferita macchiando l’altare del suo sangue.
CORO
Infamia!
MESSAGGERO
L’orrore vi ha colto? Eppure, si fermasse lì, il misfatto, Atreo sarebbe clemente.
CORO
Può concepire natura qualcosa di più atroce?
MESSAGGERO
Credete che questa sia la fine? No, non è che una tappa.
CORO
Che altro ha potuto?… Li ha gettati in pasto alle belve, quei corpi? Gli ha negato il rogo?
MESSAGGERO
L’avesse fatto! Avesse impedito alla terra di coprirli, al fuoco di cremarli! Perché non li getta agli avvoltoi, perché non li dà in pasto alle belve? Diviene oggetto di speranza ciò che ovunque è un supplizio: che il padre veda insepolti i suoi figli! Un delitto così, nessuna epoca ci crederà, i posteri giureranno che è impossibile.
Strappate ai corpi ancora palpitanti, le interiora fremono, sussultano le vene, il cuore sobbalza gravido ancora di paura. Ma Atreo scruta le fibre a leggervi il destino, e osserva le vene, tiepide ancora, delle viscere. Ecco, ora è soddisfatto del responso, ora può dedicarsi tranquillo al convito per il fratello. Seziona e divide quei corpi membro a membro, mette a nudo gli omeri, li stacca dal tronco, recide le giunture delle braccia, quel violento, squarcia gli arti e sega le ossa. I volti soltanto lascia intatti e le mani che si erano affidate al suo onore. Le viscere, parte sono infilzate sullo spiedo a gocciolare a fuoco lento, parte sono temprate dall’acqua bollente nella caldaia che gorgoglia. Il fuoco scavalca le vivande, ma per due, tre volte viene ricondotto al suo posto e, costretto a restarci, brucia controvoglia. Il fegato stride sullo spiedo. Se gemano più i corpi o le fiamme, chi può dirlo. Il fuoco si muta in fumo color pece. Lo stesso fumo, nube triste e pesante, non sale diritto verso l’alto, ma ristagna e circonda i penati di un’ombra mostruosa.
O Febo, tu sei troppo paziente. Sì, ti sei rivolto indietro, sì, hai strappato il giorno dal mezzo del cielo e l’hai sommerso, ma troppo tardi sei tramontato. Il padre addenta i suoi figli, ne divide le carni con la sua bocca funesta. È là, i capelli lucidi di unguenti che colano, gonfio di vino. Spesso gli si chiudono le fauci e trattengono il cibo. O Tieste, tra tante sventure una ventura ce l’hai, Tieste, perché le tue sventure le ignori. Ma anche questo bene svanirà. Sì, il Sole ha girato il suo carro ed è corso all’indietro, sì, la notte è sorta da oriente a un’ora imprevista e ricopre del buio più fondo questo tetro delitto, ma esso si impone alla vista. Tutta la tua sventura sarà rivelata, Tieste.
CORO
Dove volgi, dove, padre della terra e degli uomini, tu che sorgendo fai fuggire le grazie della notte, dove la volgi, la tua corsa? Perché spegni, nel mezzo del cielo, la luce? Perché ci rapisci, Febo, la tua vista? Non ancora il messaggero della sera, Vespero, ha chiamato le luci della notte; non ancora la linea dell’orizzonte ti ha ordinato di staccare dal cocchio gli stanchi corsieri; non ancora la tromba ha lanciato, al calar del giorno, il triplice segnale. Stupisce l’aratore nel vedere che è ora di cena seppure i buoi non ancora mostrino fatica.
Quale causa ti ha distolto dal tuo corso celeste? Quale ha deviato i tuoi cavalli dal loro eterno tragitto? Tentano forse la riscossa, squarciato il carcere infernale, i vinti Giganti? Rinnova l’antico furore, nel suo petto esausto, Tizio trafitto dalla piaga? Si è liberato Tifeo scrollando il monte che lo schiaccia? Rifanno la strada verso il cielo, i Titani, ponendo l’Ossa sopra il Pelio? Sono infrante le eterne leggi del mondo? Non ci sarà più l’alba, più il tramonto?
È attonita, poi che sconvolti
vede i confini del suo regno,
colei che porge le redini al dio,
la rugiadosa Aurora
del primo bagliore genitrice.
Non sa irrorarli, lei,
gli stanchi destrieri,
non sa immergerne in mare
le criniere fumanti di sudore.
E lui, lui stesso, il Sole
stupisce al suo nuovo rifugio
l’Aurora scorgendo al tramonto.
No, non è qui
la notte, non ancora, ma il Sole
costringe le tenebre a levarsi.
Astri non spuntano in cielo,
non brilla di luci il firmamento
e la Luna non scaccia
le ombre severe.
Che cos’è tutto questo?
Oh fosse, fosse la notte!
Tremano, i cuori, tremano
percossi da grande paura
che non crolli, squassato, l’universo
nella fatale rovina,
che non ripiombi il Caos, l’informe Caos
sopra uomini e dèi,
che non ricopra Natura,
nel suo abbraccio cingendoli, il mare
e le terre e le vaghe stelle
che dipingono il cielo.
Non sarà più il re degli astri, che, la sua face eterna levando, guida il corso dei secoli, a stabilire il tempo dell’estate, dell’inverno. Non sarà la Luna, che scende incontro ai raggi di Febo, a scacciare i timori della notte, a vincere il cocchio del fratello correndo sull’orbita più breve. A precipizio, insieme, in una massa sola, cadranno tutti gli dèi.
Quegli che, dai sacri astri percosso, nella sua ellissi ritaglia le zone del cielo e scandisce le lunghe stagioni, cadendo vedrà cader le stelle – lo Zodiaco;
quegli che, a stagione ancor non propizia, affida al tiepido Zefiro le vele, precipiterà nell’acque su cui portò la trepida Elle – l’Ariete;
quegli che, con le sue corna lucenti, spinge innanzi le Iadi, seco trarrà i Gemelli e le braccia del Cancro ricurvo – il Toro;
ardendo dei fuochi dell’estate, ricadrà dal cielo la fiera di Ercole, il Leone; cadrà sulle terre che ha disertato la Vergine, e cadranno, seco traendo il pungente Scorpione, i giusti pesi della Libra;
e quegli che tiene incoccate, sul tessalo arco, le frecce pennute, spezzatosi l’arco perderà le frecce, il vecchio Centauro Chirone; gelido cadrà il Capricorno che riporta il neghittoso inverno e la tua urna infrangerà, Acquario; teco cadranno, ultime stelle in cielo, i Pesci, e saranno sommersi, dal gorgo che accoglie tutte le cose, i Carri dell’Orsa, che mai il mare ha spruzzato;
e quegli che sta, come un fiume, tra l’una e l’altra Orsa, precipiterà, il lubrico Serpente, e così l’Orsa minore congiunta, nel suo rigido gelo, al grande Dragone, e così il custode del suo carro, il lento e non più stabile Boote.
Noi, proprio noi,
di tante generazioni,
siamo stati prescelti?
Noi, proprio noi,
saremo travolti dal mondo
che vuol spezzare il suo asse?
Cadrà su di noi l’ultima ora?
A dura sorte
fummo creati, noi miseri. Il Sole
o l’abbiamo perduto
oppure l’abbiamo scacciato.
Basta, non più lamenti,
non più timore. Troppo
è avido di vita
colui che non vuole morire
quando con lui perisce
l’universo.

(Atreo, Tieste, servi)
ATREO
Sono al di sopra di tutti, tra le stelle, tocco il cielo più alto con la mia testa superba. Ora, soltanto ora, è mia tutta la gloria del regno, mio il trono di mio padre. Gli dèi, io li congedo: tutti i miei voti sono soddisfatti. È bene, più che bene, e così basta anche per me. Basta? E perché mai? Posso spingermi più avanti, io. Rimpinzerò il padre col funerale dei suoi figli. Ecco, la luce se ne è andata, perché la vergogna non mi fermi. Avanti, finché il cielo è vuoto. Potessi trattenerli, gli dèi che fuggono da me, potessi trascinarli qui a forza, tutti quanti, a vedere il banchetto vendicatore. Lo vedrà il padre, e mi basta. La luce si rifiuta? Ebbene, scaccerò io le tenebre sotto cui le sue sventure si nascondono. È troppo che banchetti con quella faccia ridente, sicura. Di cibo e di vino, ne hai già avuto abbastanza. Per una sventura così grande io ti voglio sobrio, Tieste. Avanti, servi, spalancate la porta del palazzo, che la si veda tutta, questa casa in festa! Voglio guardarlo bene, io, mentre scopre le teste dei suoi figli, e che volto farà, che parole griderà nel primo strazio, o come si farà rigido il suo corpo nel perdere i sensi. Questo è il guadagno della mia opera. Non voglio vederlo disperato ma mentre diviene disperato… È tutto aperto, il palazzo, brilla di cento fiaccole. Eccolo là, sdraiato in mezzo alla porpora e all’oro. Si tiene su con la mano la testa pesante per il vino. Rutta. C’è un dio più grande di Atreo? Io sono il re dei re! Non speravo tanto. Com’è sazio, come trinca dal boccale d’argento… Non lo risparmia, il vino. Sangue me ne resta ancora, di tante vittime. Il vino vecchio, col suo colore, lo nasconderà… Suvvia, con questa coppa si concluda il banchetto. Beva il padre col vino il sangue dei suoi figli. Lui avrebbe bevuto il mio. Canta, adesso, e parla, tutto contento, non è più padrone di sé.
TIESTE (fra sé)
Scacciali, i pensieri che ti assediano, anima inebetita dal dolore. Tristezza, vattene, vattene, paura, e anche tu, amara miseria, triste compagna del tremebondo esilio, e tu, vergogna che sulle disgrazie ti precipiti. Quel che conta è da dove cadi, più che dove. Per chi precipita dall’alto, è nobile posare il piede con fermezza; per chi è travolto da una valanga di pene, nobile sopportare, senza chinar la testa, il peso di un regno che fu grande, e sostenere non vinto, non avvilito dai mali, ma in piedi, le macerie che crollano addosso. Ma ora, via da te le ombre del tuo crudele destino, via ogni traccia del tempo della miseria. Nel momento della letizia, ritorni sereno il tuo volto. Scaccialo dal tuo cuore, il vecchio Tieste… È questo il torto degli sventurati: non credere mai alla buona sorte. Anche se torna la felicità, non sanno goderne, gli afflitti. Perché mi ammonisci? Perché non vuoi che festeggi questo giorno? Perché mi ordini di piangere se non c’è motivo di dolore? Perché mi proibisci di cingermi i capelli con questi bei fiori? Grida di non farlo, di non farlo. Le rose primaverili cadono dalla mia fronte, sul capo mi si rizzano, in un accesso d’orrore, i capelli impregnati di profumi. Perché dal mio volto, che non vuole, cade questa pioggia? Tra le mie parole si insinua un gemito. È la tristezza che ama le lacrime sue compagne, è la crudele voglia di piangere degli sventurati. Sì, ho voglia di gridare lugubri lamenti, di strapparmi le vesti impregnate di porpora siria. Ho voglia di ululare, io. Mi dà il presagio di un lutto vicino, il mio cuore, che già sente la sventura… Una tempesta tremenda incombe sui marinai quando da sole, senza vento, le onde placide cominciano a gonfiarsi. Pazzo, che lutti ti inventi, che affanni? Affidati con fiducia a tuo fratello. Sia quel che sia, non c’è motivo di timore o è troppo tardi. Povero me, un vago terrore – no, non voglio! – si muove nel mio animo, ora spargono lacrime i miei occhi, e non ce n’è ragione. È dolore o paura? Forse una gioia troppo grande esige lacrime?
ATREO
Questo giorno di festa, celebriamolo insieme, fratello, con uguale fervore. Ecco l’uomo che rafforzerà il mio scettro e la fiducia nella pace.
TIESTE
Sono preda del cibo e del vino, io. Questa felicità, solo una cosa può aumentarla: fa che la goda coi miei figli.
ATREO
Fa conto che siano qui, tra le braccia paterne. Sì, ci sono e ci saranno. Non un briciolo della tua prole ti verrà sottratto. Te li darò, i volti che reclami, presto farò che il padre sia pago di loro. Sì, ne sarai sazio, non temere. Ora stanno onorando, con i miei, la gioconda mensa della gioventù. Ma li farò venire. Prendila, questa coppa avita, ricolma di vino.
TIESTE
Mi è grato questo dono del fraterno convito. Libiamo il vino agli dèi familiari, e, ora, beviamo. Che succede?… Le mie mani non vogliono obbedire, la coppa si fa troppo pesante, la mia destra si abbassa. Il vino si ribella se lo avvicino alle labbra, elude la mia bocca, le scivola intorno. La tavola sobbalza, trema il suolo. Il fuoco dà una luce stenta. Questo cielo grave, che si è fatto deserto, stupisce lui stesso che non sia giorno né notte. Cosa c’è? Trema, trema sempre più scossa, la volta del cielo. Scende caligine densa più che la tenebra fitta. La notte s’è nascosta nella notte. Ogni stella è fuggita. Qualunque cosa ci minacci, io prego che risparmi mio fratello e i miei figli. Qui, qui, sul mio spregevole capo, si scarichi tutta la tempesta! Adesso ridammi i miei figli.
ATREO
Sì, te li rendo, mai un giorno te li strapperà.
TIESTE
Che cosa trema dentro di me? Sento un peso insopportabile. Cos’è questo cancro che mi devasta il ventre? Il mio petto geme ma non è mio, questo gemito. Venite qua, figli, venite. Vi chiama il vostro misero padre. Fuggirà, questa angoscia, se vi vedo. Da dove mi stanno parlando?
ATREO
Preparati all’abbraccio, padre. Sono qui! (Mostrandogli le teste dei figli) Non li riconosci?
TIESTE
Riconosco il fratello. Terra, ma tu puoi sopportarlo, il peso di questo delitto? Non ti squarci per sprofondare te e noi nell’infernale Stige? Non li travolgi, in quel grande squarcio verso la vertigine del caos, questo regno e il suo re? Non la sradichi dal suolo, Micene, non la capovolgi tutta? Tu ed io dovremmo già essere da Tantalo. Ma se un posto c’è sotto il Tartaro e i nostri avi, ebbene, spalancalo per noi, mandaci in quella landa sconfinata, sotterraci laggiù, coprendoci con tutto l’Acheronte. Vaghino sul nostro capo le anime condannate, scorra sul nostro esilio il fuoco del Flegetonte col suo flutto rovente spingendo sabbie bruciate… Non ti muovi, terra? Perché rimani come un peso morto? Gli dèi sono fuggiti.
ATREO (Gettandogli i resti dei suoi figli)
Prendi questi, invece. Non sei contento? È tanto che li reclamavi. Tuo fratello non ti fa perdere tempo. Rallegrati, baciali, dividi tra loro tre i tuoi abbracci.
TIESTE
Questo, il patto? Questa la parola di un fratello? Così mi fai grazia? Così sotterri l’odio? Io, padre, non ti chiedo di rendermeli vivi, io ti prego, da fratello a fratello, di una cosa che si può concedere senza intaccare l’odio e il delitto. Lascia che li seppellisca. Rendimeli, li vedrai subito cremati. Non per tenerlo ma per perderlo è questo nulla che ti chiedo, io, il padre.
ATREO
Lo hai già, tutto ciò che resta dei tuoi figli. E anche ciò che non resta.
TIESTE
Crudeli avvoltoi stanno straziandoli? O li riservi per le belve? O già nutrono le fiere?
ATREO
I tuoi figli, li hai già divorati tu, nel tuo sacrilego pasto.
TIESTE
Ecco di cosa si sono vergognati gli dèi, ecco cosa ha respinto il sole verso oriente. Misero me, che parole griderò, che lamenti? Ci sono parole che mi bastino? Le loro teste recise, io le vedo, vedo le mani mozzate, e i frammenti delle gambe. È quanto l’avido padre non è riuscito a ingoiare. Si rovesciano, qui dentro, le mie viscere, lotta senza uscita il delitto che vi è rinchiuso, cerca un varco. Qua, dammi la tua spada, fratello… il mio sangue lo conosci bene… col ferro Si apra un varco ai miei figli. Non me la dai, la spada? Squarciati, allora, petto, per i colpi e i gemiti. Ferma la tua mano, infelice! Abbi pietà dei morti… Chi l’ha mai visto un delitto così? Un brigante del Caucaso selvaggio? Il terrore della terra cecropia, Procuste? Sì, io, il padre, gravo sui miei figli e i miei figli gravano su di me. Non c’è limite al delitto?
ATREO
Il limite dev’esserci nel farlo, non nel restituirlo. Tutto questo è ancor poco, per me. Il sangue, avrei voluto ti colasse caldo dalla ferita stessa nella bocca, perché bevessi sangue di viventi… Mi rammarico di aver avuto troppa fretta. Certo, ho immerso la spada per ferirli, li ho immolati nel tempio, col loro sacrificio ho placato il mio altare. Operando sui corpi esanimi ho fatto a pezzi e bocconi le membra, parte le ho gettate nella caldaia bollente, parte le ho fatte sgocciolare a fuoco lento. Ho tagliato carni e nervi ancora palpitanti, ho visto le loro fibre stridere sullo spiedo. Io, proprio io, con questa mano, ho rinforzato il fuoco. Tutto questo, il loro padre l’avrebbe fatto meglio. È andato sprecato il suo dolore. Li ha masticati, sì, con la sua sacrilega bocca, ma senza saperlo, senza che lo sapessero.
TIESTE
Uditelo, questo delitto, mari chiusi da rive sinuose, uditelo anche voi, ovunque siate fuggiti, dèi. Uditelo terre, uditelo Inferi, e tu, notte eterna del Tartaro dalle nuvole nere, bada alle mie parole. Io sono abbandonato a te, tu sola vedi questo sventurato, anche tu senza stelle. Non farò voti scellerati. Non chiederò nulla per me – e che mai può esserci per me? I miei voti sono per voi stessi. Altissimo reggitore del cielo, potentissimo signore della celeste dimora, avvolgilo tutto, il mondo, di orride nubi, scatena ovunque la guerra dei venti, tuona violento da ogni parte. Scaglia con la tua mano – no, non quella che colpisce tetti e case innocenti con dardi leggeri, ma quella che abbatté la triplice mole dei monti e i Giganti che pari a quei monti si ergevano – con la tua mano scaglia le tue armi, lancia le tue folgori. Fa vendetta del giorno perduto, dardeggia le tue fiamme, con i tuoi fulmini restaura la luce che è stata rapita al cielo. Non esitare più, fa conto che colpevole sia l’uno e l’altro, se no che sia io. Colpiscimi, dunque, fa che m’attraversi il petto, sul dardo tripunte, una fiaccola accesa. Bisogna che sia cremato, io, se come padre voglio onorare i miei figli affidandoli all’ultimo rogo. Se nulla può commuoverli, gli dèi, se nessun dio fulmina i colpevoli, fatti eterna tu, notte, e ricopri questi delitti di tenebre senza fine. No, non mi lamento, Sole, se resti sempre nascosto.
ATREO
Ora posso lodarvi, mani. Ora sei mia, Vittoria. Il mio delitto lo avrei sprecato, se tu non soffrissi tanto. È come se mi nascessero ora, i miei figli; ora ritorna casto il mio letto nuziale.
TIESTE
Che colpa avevano, i miei figli?
ATREO
Di essere tuoi.
TIESTE
Generati da me?
ATREO
Sì, da te, è sicuro, e ora questo mi piace.
TIESTE
Dèi degli uomini pii, chiamo voi a testimoni.
ATREO
Non gli dèi del matrimonio?
TIESTE
Chi compensa il delitto col delitto?
ATREO
Lo so, io, di cosa ti lamenti. Tu piangi perché te l’ho rubato, il delitto. Non ti disperi perché hai ingoiato quel cibo nefando, ma perché non l’hai preparato a me. Non ti mancava, no, il coraggio di imbandire al tuo fratello ignaro un pranzo così, di colpirgli, con l’aiuto della madre, i figli, di ucciderli nello stesso modo. Solo un pensiero ti ha fermato: che fossero tuoi.
TIESTE
A far vendetta verranno gli dèi. I miei voti ti consegnano a loro, per il castigo.
ATREO
Io, per il castigo, ti consegno ai tuoi figli.

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